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  • Al di là dello Specchio

    Posted by Anonymous on Agosto 9, 2012 at 9:42 pm
    Chiara è una ragazza solare che sembra emanare luce; Fosca è il suo lato oscuro, una ragazza che vive nell’ombra al di là dello specchio. Ognuna ignora l’esistenza dell’altra, ma quando una delle due finirà in coma, sarà compito dell’altra salvarle la vita.
    Questa storia si è classificata settima al contest ‘Dualismo contest – Il Contest degli Opposti’ indetto da herit e giudicata da PaytonSawyer sul forum di EFP

    Un raggio di sole malandrino faceva capolino dalla finestra per sbattere contro le sue palpebre chiuse. Sorrise continuando a tenere gli occhi chiusi per pochi istanti, prima di aprirli e stiracchiarsi.
    Ci era abituata, fin da piccola quell’astro sembrava cercarla. Lei stessa sembrava fatta di luce: pelle diafana, ricci capelli biondi e occhi d’argento. Al minimo barlume lei risplendeva.
    Era una calda giornata d’estate e la giovane si alzò dal letto. Non aveva programmi per la giornata, ma si alzò comunque. La leggera sottoveste di seta le arrivava poco sotto il sedere in una morbida carezza. Non aveva bisogno d’altro quando dormiva.
    Dopo essere uscita dal bagno iniziò a vestirsi: un paio di sandali bianchi facevano da cornice a una gonna di jeans che arrivava sopra al ginocchio e un candido top. Aveva voglia di uscire, così prese la sua borsetta e vi ripose le chiavi dopo aver chiuso il portone di casa. Scese le scale, salutò la vicina del pianterreno che stava facendo le pulizie al pianterreno e uscì in strada.
    Assaporò il caldo sole per qualche istante, prima di iniziare a camminare verso una direzione a caso. Non pensava a nulla, si beava solo della splendida giornata. Fece una lunga passeggiata, andò al parco e vi rimase per un po’ a osservare i bambini che giocavano assaporando la fresca resina dei pini, poi tornò sulla strada diretta verso un paio di negozi che adorava.
    Entrò in una libreria e ne uscì dopo poco con qualche libro. Si fermò anche in un negozio di fiori dove decise di prendere un nuovo vaso fiorito per adornare la sua casa. All’ora di pranzo si era fermata a comprare un trancio di pizza a un chiosco del parco e tornò a casa solo nel tardo pomeriggio.
    Era da poco rientrata in casa e prima di preparare la cena decise di rilassarsi nella vasca da bagno. Mentre dal rubinetto l’acqua usciva e la riempiva, la ragazza posizionò alcuni oli profumati in un diffusore che già iniziava a espandere nell’aria i dolci effluvi. Gettò anche una manciata di sali da bagno nella vasca ancora semivuota, poi si spogliò dei vestiti e dei gioielli, compresa una collana che aveva un pendente col suo nome: Chiara.
    Il rumore dell’acqua era una dolce melodia. Lei rivolse la propria attenzione alla sua immagine riflessa nell’attesa di immergersi; non vide l’altra se stessa allontanarsi e dirigersi verso la sua stessa meta.

    * * *

    Al di là dello specchio un’altra ragazza si stava immergendo cautamente in acqua, ma anche se all’apparenza poteva sembrare identica al suo doppione, lei non sembrava emanare luce propria. Anzi, a occhio ben attento si poteva scorgere in realtà che lei aveva capelli corvini, carnagione scura e occhi neri come la pece.
    Uscì dalla vasca nello stesso momento in cui Chiara uscì dalla sua e dopo essersi arrotolata un asciugamano addosso lasciò la stanza e il suo alter ego. Dalla sua camera prese dei vestiti che si mise addosso dopo qualche istante, tutti rigorosamente neri. Poi prese l’asciugacapelli e iniziò ad asciugare la sua fluente chioma. Quando fu finalmente pronta – trucco incluso – prese la sua borsa e uscì.
    Era rimasta in casa per tutto il giorno, snobbando il sole come fosse lebbra, ma la notte era la sua compagna da sempre e lei la cercava tutte le volte. Col favore delle tenebre riusciva a nascondersi fra le mille ombre della notte alla ricerca di qualcosa che nemmeno lei sapeva. Solo un accessorio non si mimetizzava nell’oscurità: un bracciale con inciso “Fosca”, il suo nome.
    Le piaceva molto passeggiare col favore dell’oscurità e ne approfittava tutte le volte in cui non doveva lavorare in quel club privato a un paio di isolati da casa sua. Si beava del silenzio, della solitudine e delle ombre della notte che spesso spaventano i bambini. Essa stessa si sentiva un’ombra e spesso aveva desiderato dissolversi anche lei come le amiche delle tenebre. Solo alle prime luci dell’alba tornò sui suoi passi per andare a dormire.

    * * *

    Chiara era uscita di casa come al solito per andare al lavoro. A dispetto del caldo sole del giorno prima, quella mattina il cielo era coperto da grosse nuvole scure cariche di pioggia. La ragazza cercò di fare prima possibile, temendo che potesse iniziare a piovere da un momento all’altro; non correva, ma camminava piuttosto veloce.
    Era quasi arrivata quando attraversò sulle strisce l’ultima strada che la separava dal suo ufficio. Un pazzo alla guida di un’auto, non solo non si fermò allo Stop, ma ignorando completamente i pedoni che attraversavano investì in pieno un gruppo di persone. L’aria si riempì subito di voci.
    — Ma è pazzo? — disse una voce di donna.
    — Ha suonato… quell’imbecille ha suonato ai pedoni invece di fermarsi. — stava commentando un ragazzo rivolto al suo amico.
    — Come sta? — chiese un altro al guidatore della macchina.
    Il tutto condito da urla isteriche e gente che aiutava chi era stato investito. L’ambulanza non tardò ad arrivare, chiamata da un passante non appena l’urto aveva rimbombato tutto attorno. Qualcuno era riuscito a rialzarsi, altri erano coscienti ma distesi a terra. Chiara aveva perso i sensi.

    * * *

    Non stava ancora dormendo, era nel letto a ripercorrere col pensiero le ultime ore quando lo sentì. Non era proprio un dolore, non fisico ovviamente. Si sentì una stretta al petto, un cerchio alla testa e la sensazione che tutto il proprio corpo fosse addormentato.
    Lentamente si alzò dal letto e si mise seduta a gambe incrociate. Qualcosa era successo e più tempo passava più aveva la sensazione di perdere il controllo del proprio corpo. Stava iniziando ad avere paura, così si vestì in fretta e uscì correndo in strada. Non sapeva nemmeno cosa ci faceva con la sua borsa in mano, abitudine forse.
    Le nuvole erano sempre più minacciose, ma Fosca non correva per sfuggire alla pioggia. Arrivò fino al luogo dell’incidente, anche se non capiva perché proprio quel luogo l’aveva attirata. Doveva avere proprio una faccia sconvolta se una vecchietta lì vicino le disse:
    — Non si preoccupi signorina, l’ambulanza sta arrivando. —
    Così la ragazza voltò le spalle per non vedere quella strage e afferrò lo specchietto dalla borsa per controllare il proprio stato. Ma per la prima volta non vide il suo volto riflesso; non vide nulla, ma una massa di ricci capelli biondi faceva capolino tra coloro che erano stati investiti. Solo in quel momento ebbe veramente paura.
    Si voltò, ma la ragazza dai capelli biondi non era nel mucchio. Contò i corpi a terra: sette. Poi tornò a guardare lo specchio e ricontò: otto. Non capiva come, di certo avrebbe potuto non credere ai propri occhi, rifiutare la verità fino all’ultimo, ma da sempre credeva all’inverosimile.
    Così… sono stata investita da un’auto? si disse.

    * * *

    L’ambulanza stava già caricando i primi feriti mentre altri operatori si occupavano di quelli che erano ancora incoscienti. Dopo poco ne arrivarono altre due e la prima partì. Quando tutti furono caricati, le autovetture partirono alla volta dell’ospedale.
    Chiara era rimasta sempre incosciente nonostante i tentativi di rianimarla. Al Pronto Soccorso diagnosticarono un coma e fu subito trasferita in reparto per essere costantemente monitorata. Fosca non l’aveva persa di vista un attimo, facendosi dare un passaggio da un parente di un’altra ragazza investita per arrivare in ospedale prima possibile. Ora era ferma in piedi davanti a un letto vuoto osservando le candide lenzuola.
    — Mi scusi signorina, ha bisogno di qualcosa? — chiese un infermiere di passaggio, ma lei rispose negativamente senza nemmeno voltarsi. Poi si sedette.
    Rimase lì a lungo, controllando di tanto in tanto con lo specchio il suo alter ego. Aveva notato la collana col suo nome e si chiese perché fosse diverso dal suo se erano la stessa persona. Poco prima di andarsene, Fosca iniziò a parlarle:
    — Non so chi sei… o meglio lo so, dovresti essere me, ma allora perché ti chiami Chiara? Il mio riflesso nello specchio è svanito sostituito dalla tua immagine in fin di vita. Da quando sei stata investita non riesco a lasciarti sola, mi manca una parte di me… e più il tempo passa più sento la mia stessa vita scivolare via… non mollare, tieni duro, io sarò sempre qui. Dovessi continuare a parlare a un letto vuoto per ore di fila. —
    Poi si alzò e diede un ultimo sguardo allo specchio prima di voltarsi e andarsene. L’ora era tarda e non poteva restare a vegliare un letto vuoto. Sarebbe tornata il giorno seguente.
    Nel tornare a casa si fermò prima nel luogo dell’incidente per qualche minuto restando ad osservare i vetri rotti e le macchie di sangue sull’asfalto. Poi distolse lo sguardo e se ne andò. Per la prima volta dopo tanto tempo, quella notte la passò dormendo.

    * * *

    La testa le doleva in maniera insopportabile. Era stato proprio quel dolore a svegliarla. Si alzò con difficoltà e con suo stupore si accorse essere notte. Barcollò per qualche passo per uscire dal vicolo dove era stata sbalzata. Ancora visibilmente confusa iniziò a camminare per tornare a casa.
    Le ci volle più tempo del previsto. Le chiavi girarono lente nella toppa, poi la serratura scattò e la porta si aprì. Si trascinò fino al bagno, aprì il rubinetto e si bagnò il viso e le braccia. Poi notò i lividi che aveva e ne approfittò per sciacquare via il sangue rappreso. Ancora gocciolante abbandonò il bagno per andarsene a letto. Accese la luce della camera, ma trovò il suo letto già occupato.

    * * *

    Era stanca, si era addormentata senza rendersene conto. Continuava a sentire su di sé il coma della ragazza nello specchio e questo aveva contribuito a farla dormire profondamente. Ma quanto la luce nella sua camera si accese all’improvviso, scattò su spaventata. E in quel momento non sapeva se credere ai propri occhi o immaginare di star sognando.
    — Chiara? —
    — Chi sei tu? Perché sei in casa mia? — chiese l’altra.
    Fosca si alzò e le andò incontro.
    — C’è una cosa che devi vedere. —
    Accompagnò l’altra davanti allo specchio. Ogni immagine della stanza veniva riflessa, tranne le figure delle due ragazze. Poi la mora iniziò a raccontare:
    — Stavo per addormentarmi, quando ho sentito qualcosa e sono corsa in strada. Ho visto l’incidente, sette persone a terra, ma quando mi sono guardata allo specchio per vedere quanto fossi sconvolta la mia immagine riflessa non era davanti a me, ma era l’ottavo corpo a terra che non vedevo nella realtà. So che è incredibile da credere, ma è la verità, se verrai domani con me ti farò vedere. —
    Accompagnò la sua gemella nel letto incerta se aveva compreso o meno le proprie parole, poi si distese al suo fianco e si addormentarono insieme.
    Il giorno dopo Fosca si svegliò per prima e attese il risveglio dell’altra che non tardò ad arrivare. Come aveva intuito Chiara la sera prima era troppo frastornata per aver sentito il suo racconto. Ma ancor prima che potesse dire qualcosa la precedette:
    — Buongiorno. Come stai stamattina? —
    — Chi sei tu? — ripeté la domanda della sera precedente.
    — La risposta si trova in ospedale. Vieni, dobbiamo andarci. —
    Forse fu l’aspetto familiare della sconosciuta, forse il fatto che doveva esserci qualcosa di brutto se aveva parlato di “ospedale”, ma Chiara non poté fare a meno che seguire il consiglio dell’altra. Non ci misero molto ad arrivare, ma alle due sembrò che il tempo non passasse mai perché non avevano scambiato altre parole.
    Fosca condusse l’altra verso quel letto vuoto che aveva vegliato a lungo la sera prima e alla faccia dubbiosa della compagna rispose porgendole uno specchietto, identico in tutto e per tutto a quello che possedeva.
    — Guarda il letto riflesso nello specchio. —
    Chiara seguì le parole dell’altra e le fu difficile trattenere un urlo. Distesa su quel letto c’era lei, con gli stessi lividi che ancora portava e tutta una serie di strumenti che in realtà lì non c’erano. Si voltò verso il letto vuoto per assicurarsi di non aver visto male e poi tornò a guardare nello specchio.
    — Sei stata investita. — raccontò nuovamente Fosca — Sono stupita quanto te. L’ho scoperto per caso e da ieri mi sento debole come se fossi in uno stato di coma perenne… come te del resto… ma vederti qui mi fa un immenso piacere, perché significa che stai bene. —
    — Ma se quella sono io, cosa ci faccio qui? Dove siamo? —
    — Al di là dello specchio. Tu sei la mia immagine riflessa o forse io sono la tua. Ma non avevo mai sentito di immagini riflesse così diverse l’una dall’altra. Cioè siamo praticamente come gemelle, non fosse per i capelli e per il nome… a proposito, io sono Fosca. — e a quell’ultima parola le mostrò il bracciale col proprio nome indicando la collana dell’altra dove evidentemente aveva letto il suo nome.
    — Hai ragione… potresti anche essere il mio alter ego, così scura sembri quasi un’ombra. Io da sempre sono paragonata al chiarore della luce. —
    — Ora però dobbiamo trovare un modo per farti tornare a casa. — e quelle furono le prime parole che rincuorarono entrambe.

    * * *

    Avevano provato di tutto, ma per quanto cercassero non c’era modo per Chiara di riattraversare lo specchio. Quello era freddo e duro come al solito e anche stendersi sul letto non era servito. Aveva provato anche diverse combinazioni per tornare nel suo mondo ma niente aveva funzionato. Poi a Fosca venne un’idea.
    — Potremmo provare con uno specchio a dimensione umana. Lo appoggiamo sul letto e vediamo. Tentar non nuoce. —
    — Sì, ma come lo portiamo uno specchio qui? —
    — Bella domanda… —
    Si allontanarono insieme dall’ospedale per tornare a casa. Avevano uno specchio del genere nel loro appartamento e volevano prenderlo. Nel tragitto cercarono un modo per portarlo in ospedale. Alla fine Fosca annunciò:
    — Non c’è altro modo, dobbiamo travestirci da inservienti e portarlo dopo averlo incartato. —
    — Proviamo. Farei di tutto per tornare là. —
    — Starai male, ma io sarò con te… ricordalo. Sempre! —
    Usarono dei fogli di vecchi giornali per occultare lo specchio, poi si vestirono con dei camici anonimi e caricarono il pacco in auto per tornare in ospedale. Il loro stratagemma funzionò, passarono inosservate col grosso carico senza destare commenti; al massimo si beccarono qualche occhiata curiosa, ma nessuno cercò di ostacolarle.
    Arrivate nella stanza tolsero la carta dallo specchio e lo appoggiarono sul letto. Poi Chiara vi si distese, ma non accadde nulla ugualmente.
    — Oh, no! — esclamò la ragazza ancora bloccata in quel lato — Dovrò stare qui per sempre? —
    — Non credo sarà possibile, forse prima o poi il tuo corpo dall’altra parte cederà e ce ne andremo entrambe. DEVI tornare. —

    * * *

    Avevano tolto il freddo specchio dal letto, anche se Chiara vi era rimasta distesa cercando di trovare una soluzione. Stava appoggiato ai piedi del letto per permettere alla ragazza di vedere la sua immagine riflessa, anche se la vedeva dormente. Le due avevano parlato a lungo cercando una soluzione, ma non erano riuscite a trovare niente che potesse soddisfarle.
    Quando un rumore le fece spaventare, Fosca si alzò bruscamente dalla sedia urtando il letto; lo specchio vacillò e cadde sul materasso cogliendo le due di sorpresa, ma con somma gioia Chiara riuscì finalmente a entrarvi e lo specchio sbatté sulle lenzuola. L’altra ne fu contenta e si sbrigò a tirare lo specchio via dal letto per appoggiarlo alla parete. Appena in tempo perché si sentì subito spossata.
    Barcollò cercando di uscire dall’ospedale. Non salì nemmeno in macchina, più passava il tempo più si accorgeva che riusciva a pensare meno lucidamente di prima. In quello stato non si accorgeva nemmeno di cosa stesse facendo e dove stesse andando. Per questo si buttò in mezzo alla strada principale sempre molto trafficata e fu investita a sua volta.

    * * *

    Aprì gli occhi. Sentiva dolore in ogni parte del suo corpo e con sommo dispiacere si accorse che non riusciva a muoversi. Non che fosse immobilizzata o sedata, semplicemente il suo corpo non le rispondeva.
    — Per fortuna si è svegliata signorina. Temevamo il peggio quando ci hanno detto che si è lanciata sulla statale senza controllare le macchine che arrivavano. E’ stata investita. Come si sente? — disse un infermiere.
    — Uno specchio. — chiese Fosca.
    — Può controllare dopo il suo aspetto, ora mi dica come si sente. —
    — Non riesco a muovermi e mi sento la testa pesante. Per favore mi dia uno specchio. —
    L’infermiere accolse la richiesta della ragazza e le passò uno specchio. Conosceva quei lividi, erano gli stessi che aveva Chiara; e così doveva subire le sue stesse conseguenze? Ne era contenta, perché dall’altro lato poteva vedere il suo alter ego biondo ricambiare il sorriso. Sillabò con le labbra “Ce l’hai fatta.” e ne ebbe come risposta “Mi dispiace.”.

    * * *

    Aprì gli occhi. Sapeva del dolore e non se ne stupì. Si accorse anche che non riusciva a muoversi, ma non se ne preoccupava, era semplicemente contenta di essere viva ed essere tornata.
    — Per fortuna si è svegliata signorina. E’ in ospedale, è stata investita da un’automobile. Come si sente? — disse l’infermiere.
    — Uno specchio. — chiese Chiara.
    — Può controllare dopo il suo aspetto, ora mi dica come si sente. —
    — Non riesco a muovermi e mi sento la testa pesante. Per favore mi dia uno specchio. —
    L’infermiere accolse la richiesta della ragazza come aveva già fatto per Fosca e le passò uno specchio. Vide i lividi, ma stavolta sfregiavamo il volto dell’altra. Le sorrise e quella lo ricambiò prima di vederle sillabare con le labbra “Ce l’hai fatta.”. Annuì e rispose “Mi dispiace.”.
    Ora finalmente ognuna era a casa sua.

    Anonymous ha risposto 10 anni, 6 mesi fa 0 Mago · 0 Risposte
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