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  • Il Filo Rosso

    Posted by Anonymous on Agosto 9, 2012 at 9:56 pm
    Nella vita di Laura è sempre esistito un eterno ragazzo. Quando egli si rivela per quello che è, lei cerca di sfuggirgli ma alla fine non può fare altro che arrendersi. Ad aiutarla tuttavia, una figura inaspettata.
    Chiedo scusa a tutti coloro che conoscono la mitologia giapponese e riscontreranno alcune inesattezze nella storia: ho semplicemente preso in prestito delle figure, non so se quello che ho scritto possa esistere realmente, quindi concedetemelo.
    Questa storia si è classificata decima al contest ‘The Last One Fantasy’ indetto da schwarzlight sul forum di EFP

    Sapevo chi era. O meglio, sapevo cos’era.
    Non ricordo bene quando lo vidi per la prima volta, ricordo solo che nella mia vita lui c’è sempre stato, è sempre esistito. Era il suo viso da eterno ragazzo quello per cui avevo preso una cotta da bambina, lo stesso che mi è diventato indifferente quando ho avuto le mie prime esperienze coi ragazzi. E solo quando ho cominciato a chiedermi perché lui non invecchiasse come tutti gli altri, solo allora ho iniziato a temerlo.
    Erano molti anni che non appariva più nella mia vita, avevo una famiglia mia. Mi ero sposata già da qualche anno con un uomo che ho conosciuto mentre mi guadagnavo da vivere lavorando come cameriera in un ristorante della mia città. C’è stato un lungo tira e molla prima che cedessi e accettassi il suo invito a uscire. Da allora è stato tutto un crescendo che è culminato col nostro matrimonio. Eravamo giovani, ma stavamo meditando di allargare la famiglia con un figlio.
    Era tanto che non vedevo più i miei genitori, erano come scomparsi, e anche se suona brutto dirlo non mi interessava; forse inconsciamente sapevo che erano in combutta con quel ragazzo che ragazzo non era. In quel momento la mia unica famiglia era solo mio marito, per me esisteva solo lui.

    Uscii dal lavoro nel mio ufficio in centro città, come sempre percorsi la strada affollata di gente ignorando le tante vetrine che sfilavano sotto i miei occhi, ogni giorno sempre uguali. Andai quasi a sbattere contro qualcuno, mi voltai per chiedere scusa e automaticamente il sorriso svanì dal mio volto.
    «Ciao Laura, ti ricordi di me?»
    E come potrei dimenticarti? pensai, ma non dissi nulla, pietrificata dall’apparizione. Avrei voluto dire anche un semplice Non sono così vecchia, la mia memoria è ancora buona. ma non riuscii proprio a spiccicare parola, così feci la prima cosa che mi venne in mente: mi voltai alla mia sinistra, come se qualcosa avesse attirato la mia attenzione, tornai a sorridere e alzai un braccio in segno di saluto come se avessi intravisto tra la folla dalla parte opposta della strada una vecchia amica che non vedevo da decenni. Poi i miei piedi si mossero in quella direzione, ignorando anche la strada e le macchine che vi sfrecciavano, finendo quasi investita.
    Ero fuggita come una codarda. Con la coda dell’occhio lo vidi sogghignare, come se sapesse che mi sarei comportata in maniera simile, ma in quel momento non mi importava, volevo solo mettere più spazio possibile tra noi. Per fortuna non mi seguì anche se in cuor mio sapevo che quell’incontro non era stato casuale e sarebbe presto ritornato a farmi visita.
    Tornai subito a casa. Non ci andavo mai a pranzo, mio marito non c’era a quell’ora e io preferivo mangiare fuori piuttosto che stare sola in casa, ma in quel momento avevo solo bisogno di una zona sicura, un posto in cui nessuno sarebbe entrato senza il mio permesso. Indugiai per un po’ all’ingresso, con la porta chiusa alle spalle, cercando di riordinare i pensieri e mettere pace nel mio intimo scombussolato dall’apparizione, poi mi diressi in cucina. Avevo bisogno di bere un po’ d’acqua fresca, mi sentivo la gola arida come se avessi passato tutta la mattina nel deserto. I miei occhi caddero sull’albero che sporgeva arrivando fin quasi a toccare la finestra.
    «Devo dedurre che o non ti ricordi di me, o ti ricordi fin troppo bene.»
    Era lì, non solo mi aveva seguita fino a casa senza che me ne accorgessi, ma in quel momento stava perfino entrando dalla finestra.
    «Posso entrare, vero? Certo che posso.»
    «Cosa vuoi?» gli chiesi cercando di non fargli vedere che stavo leggermente indietreggiando per tornare verso l’ingresso.
    «Rivelarti il mio nome. Ricordi cosa ti dissi da bambina quando me lo chiedevi?» attese una mia risposta ma non ricevendone continuò «Che te l’avrei rivelato quando saresti stata pronta. Ora lo sei.»
    «Io non voglio sapere proprio nulla, voglio solo che lasci in pace me e la mia famiglia.» mi ignorò e continuò:
    «Il mio nome è Ooyamaneko, nella tua lingua significa semplicemente “lince”. Sono l’ultimo Youkai – o nella tua lingua “demone” – che vive in Occidente. E con queste parole io ti lego a me per sempre.»
    Quando pronunciò Ooyamaneko, la parola parve prendere consistenza sotto-forma di denso fumo che usciva dalle labbra del ragazzo-demone. Non resistetti, mi voltai e scappai di nuovo, ma stavolta, per quanto corressi sulle scale fino in strada, sembrava che non riuscissi a mettere nemmeno un metro tra di noi, senza che l’altro muovesse un muscolo.
    Mi fermai senza fiato solo quando vidi un edificio in attesa di demolizione e mi nascosi al suo interno buio.
    «Ho un accordo da proporti,» sapeva che ero lì «ascolta ciò che ho da dirti.»
    «Parla.» risposi sperando che quella singola parola non avesse rivelato la mia posizione. Speranza vana, apparve al mio fianco come se si fosse materializzato dal nulla:
    «Puoi accettare di darmi un Han’yo, o lasciare che prenda con me tuo marito e il tuo primogenito, quando sarà concepito. Ti lascio 48 ore di tempo per decidere. E non provare a scappare, sarebbe inutile.»
    «Han’yo?» le parole mi uscirono di bocca non volute.
    «Un figlio. Per metà umano e metà demone.»
    «Se io accettassi cosa accadrebbe alla mia famiglia?»
    «A tuo marito vuoi dire? Niente, lui non sarà toccato.»
    «Ho detto “famiglia”, intendevo anche i miei futuri figli.»
    «Non avrai figli, sarai mia per sempre, compagna per la vita. Vivrai al mio fianco nell’ombra, donando la tua anima all’essere che sarà me e te uniti. Sarai viva, ma non potrai più tornare nel mondo degli umani.»
    No, non poteva essere vero. Avrei dovuto rinunciare alla mia vita, a mio marito, per sempre? Il mio sogno non si sarebbe mai avverato, non avrei mai avuto una famiglia. O meglio, potevo accettare di avere comunque un figlio, un bastardo, un mezzo demone.
    Perché io? pensai.
    «Sono stati i tuoi genitori, ti hanno donata a me appena nata per avere salva la vita.» rispose come se avessi pronunciato la mia domanda ad alta voce. Poi sentii una voce nella mia testa: Non puoi sfuggirmi.
    Avendo capito che scappare non sarebbe servito a nulla, non potei fare a meno di restare inchiodata dov’ero, finché non sentii cedere le mie ginocchia per il troppo peso che erano costrette a sostenere, e mi ritrovai a terra. Non mi resi conto di quanto tempo rimasi così, non mi accorsi nemmeno che lo Youkai se n’era andato lasciandomi sola con la mia decisione. Solo quando l’oscurità si impossessò del cielo trovai il coraggio di alzarmi e tornare indietro.

    Fingere che non fosse accaduto nulla era facile, ma dentro di me conoscevo la verità. E forse fu proprio questo a tradirmi.
    «Qualcosa non va?» mi chiese mio marito.
    Mi presi un attimo di tempo per stamparmi in faccia un finto sorriso prima di voltarmi e rispondergli:
    «No, nulla.»
    «Ti vedo strana stasera.» insisté lui.
    «Sono solo stanca, ecco tutto.» gli dissi cercando di chiudere il discorso. Lui capì e non mi chiese più nulla. Avrei dovuto raccontargli tutto? Mi avrebbe creduta? E a che scopo, se non c’era comunque soluzione? O almeno non per noi.
    Non appena finimmo di mangiare iniziai a togliere le stoviglie sporche dal tavolo per lavarle, per poi riporre in frigorifero gli alimenti avanzati e ripiegare la tovaglia. A quel mio gesto mio marito si alzò dal tavolo per facilitarmi il lavoro e si diresse nel suo studio.
    Avrà del lavoro da finire. pensai mentre continuavo a riassettare. Invece tornò in sala da pranzo con le mani dietro la schiena come se stesse nascondendo qualcosa.
    «Sai» iniziò «so che non ci sono feste particolari in questo periodo, ma ho incontrato questo piccolo oggi in strada e non ha fatto che seguirmi. Un piccolo regalo per la mia dolce mogliettina.» e così dicendo tirò avanti le mani da dietro la schiena scoprendo ciò che nascondevano: un cagnolino. Era un cane di piccole dimensioni a pelo lungo con grandi orecchie che pendevano ai due lati della testa, col muso schiacciato e di un rossiccio piuttosto chiaro; ricordavo il suo nome, King Charles Spaniel, mio padre me ne aveva regalato uno da bambina di colore bianco. Con quel colore si sporcava in continuazione e un po’ lo odiavo per questo. Ora rivedere lo stesso tipo di cane mi provocò nausea, ma cercai di dissimularla in un singhiozzo, supportata anche dalle lacrime amare che scendevano dai miei occhi fingendomi commossa.
    «G-grazie.» biascicai accogliendo tra le mie mani quel piccolo esserino prima di abbracciare mio marito.

    Non riuscivo a prendere sonno. Erano già diverse ore che non facevo altro che rigirarmi nel letto. La sveglia luminosa sul comodino lampeggiava sulle 4:12.
    Da quando l’avevo tenuto in braccio, quel piccolo cane si era affezionato a me e ora dormiva sul tappeto dal mio lato del letto. Se non fosse stato che il mio tappeto era bianco, si sarebbe confuso tra tutto quel pelo.
    Mio marito continuava a dormire, non si era accorto della mia insonnia. Il mio sguardo vagava da lui al cane, come una partita a ping pong che si stava svolgendo sul mio letto a rallentatore. Quando fui stanca di voltare la testa a ritmo regolare, decisi di andare in bagno.
    Mi alzai senza far rumore e in punta di piedi feci il giro del letto finché non uscii dalla camera. Il freddo del pavimento solleticava la pianta dei miei piedi. La bianca luce del lampadario rischiarava la piccola stanza come se fosse giorno e mi lasciai cullare da quel freddo abbraccio per qualche istante.
    L’acqua dal rubinetto sgorgava fresca. Ne riempii le mani e mi rinfrescai il viso. Osservai la mia preoccupazione fissandomi allo specchio, con la mani appoggiate ai lati del lavandino. Cos’avrei dovuto fare? Nel mio cuore sapevo qual era la scelta migliore, ma non osavo ammetterlo.
    Non mi resi conto che qualcun’altro stava osservando quella scena. Alle mie spalle il cane attendeva seduto che mi girassi per prestargli attenzione.
    Dovrei trovargli un nome. pensai. E in quel momento un’altra voce riecheggiò chiara nella stanza:
    «Percepisco il tuo dolore… e il tuo dilemma.» disse il cane «Vedo anche che non sei stupita. Bene.»
    «Chi sei?» gli chiesi pentendomi subito dopo; l’ultima volta che l’avevo chiesto a una creatura mistica mi sono ritrovata legata a un demone per sempre.
    «Mi chiamo Inugami, sono un Kami, una divinità. Anche se sarebbe più corretto definirmi Shinigami.»
    «Cosa vuoi?» oramai il danno era fatto, se anche questa creatura mi voleva per sé almeno avrei voluto sapere perché.
    «Ho un conto in sospeso con quello Youkai; ti seguo da tempo perché sapevo che questa è la giusta occasione per vendicarmi.»
    «Oh, grazie.» dissi in un impeto di gioia.
    «Ehi, cos’hai capito? Non voglio mica aiutarti.»
    «Ma… come?»
    «Voglio solo vendicarmi. Lui vuole da te un Han’yo, giusto? Io farò in modo che non l’abbia.»
    Il mio attimo di gioia stava già svanendo. «In che modo?»
    «Dopo il concepimento lo Youkai sarà costretto a vivere sempre nelle tenebre con la sua compagna. Io legherò suo figlio a questa terra, così lui non potrà mai averlo. Lo legherò con un filo.»
    «Cosa vuol dire?»
    «E’ una leggenda orientale secondo cui gli uomini sono legati da un filo rosso del destino alla persona che sposeranno. Lo Youkai ti ha legata a sé appena nata, tu sei legata a tuo marito. Sarà lui a prendersi cura dell’Han’yo.»
    Quel pensiero mi fu un poco di conforto: mio marito avrebbe avuto comunque qualcuno di cui prendersi cura.
    «Perderò la mia anima?» chiesi poi.
    «No, la donerai a tuo figlio come prestabilito. Egli avrà sembianze umane e vivrà inconsapevole della sua reale natura, a meno che qualcuno non glielo dica.»
    Era la soluzione migliore che potessi ottenere, nel mio cuore accettai di donare me stessa a un figlio che non avrei mai più rivisto, ma che sarebbe vissuto con l’uomo che amo rendendolo felice. Almeno loro sarebbero stati felici.
    «Cosa devo fare?» chiesi con una nuova determinazione nella voce.
    «Ti possiederò. Quando lo Youkai ti vorrà con sé per il concepimento troverà me a protezione della tua anima. Se ne accorgerà solo quando sarà troppo tardi.»

    Quella notte dormii male, anche se lo stratagemma dell’Inugami mi aveva permesso di mettere un po’ di pace nel mio cuore. Chiesi a mio marito se poteva restare a farmi compagnia: quello sarebbe stato il nostro ultimo giorno insieme e lo volevo ricordare come il migliore. Era la mia sola occasione per dirgli addio. Da una parte mi consideravo fortunata, non molte persone avevano la possibilità di dire addio ai loro cari, anche se io non stavo per morire come succede in questi casi.
    Dissi a mio marito che gli avrei fatto una sorpresa, gli chiesi di entrare in macchina e guidai fino a raggiungere quel luogo che per noi era come il Paradiso. A meno di 100 chilometri, fatti per la maggior parte su stradine tortuose che si arrampicano sui monti, proprio lì, in una radura dispersa tra le montagne, lui mi ha chiesta in sposa. A farci compagnia solo il sole, decine di farfalle colorate e una moltitudine di fiori multicolori.
    Ci distendemmo sull’erba ricordando i primi tempi insieme, ripensando al passato senza soffermarci sul presente, né guardare al futuro. Mentre il sole lento risaliva allo zenit e poi ridiscendeva verso l’orizzonte, noi continuammo a parlare, correre, giocare, nemmeno fossimo stati due ragazzini alle prese con un nuovo gioco. Quando il cielo si tinse di rosso, prima che il sole lasciasse posto alla notte, risalimmo in macchina per tornare a casa. La mia vita da umana stava per finire.
    Quella notte la passammo a coccolarci nel letto. La nostra ultima notte insieme. Facemmo l’amore più e più volte, finché il sole non tornò con una nuova giornata a rompere l’idillio che avevamo creato.
    «Ti amo.» gli dissi. Sarebbe stata la mia ultima occasione per farlo.
    «Ti amo.» ripeté lui in risposta. Stava per alzarsi, doveva andare al lavoro, quando abbracciai la sua schiena. Sarebbe stata l’ultima cosa di lui che avrei visto, l’ultima che avrei toccato.
    «Ti aspetto per pranzo.» mentii. Quello era l’unico giorno della settimana in cui potevamo pranzare insieme.
    Lo vidi vestirsi, poi prima di uscire di casa si chinò su di me, ancora nuda nel letto, per salutarmi con un bacio.
    «A dopo.» disse solo. E si voltò per andarsene.
    «Addio.» dissi tra me e me.
    La porta d’ingesso si chiuse alle sue spalle, il rumore arrivò fino alla camera da letto. L’Inugami saltò sul letto.
    «Sei pronta?» mi chiese.
    «Ora sì.» risposi. Il cane mi saltò addosso, ma a metà del salto il suo corpo perse forma e consistenza, divenne una specie di fumo magenta e giallo che mi avvolse a partire dal torace, avvolgendomi il ventre, le braccia e le gambe, lasciando per ultimo il mio viso. Sentii una sensazione come se fossi in apnea; smisi di respirare.
    Accoglimi. Accogli il mio spirito dentro di te. O sarà più doloroso di quello che potrebbe essere. disse una voce nella mia testa. Cercai di seguire il suo consiglio ma non trovai il coraggio di respirare. Fallo. ORA! ordinò la voce. Solo allora lasciai che i miei polmoni si riempissero dell’essenza dello Shinigami.
    Sentii il freddo avvolgermi, ma non facevo fatica a respirare. A ogni respiro era come se inalassi ghiaccio vaporizzato finché l’essenza dell’Inugami entrò completamente nel mio corpo e tornai a respirare aria che nelle mie narici risultò rovente.
    Ora siamo un tutt’uno. Tu puoi percepirmi come io posso percepire te, ma lo Youkai sarà cieco a questa unione. Con la mia forma animale terrò inchiodata la tua anima a questa terra. Come lui è un eterno ragazzo, io sono un cane eterno. La tua anima è salva, lui non potrà più venire a reclamarla. le ultime parole dell’Inugami mi diedero una forza che non credevo di possedere.
    Feci tutto come se niente fosse successo. Come ogni volta passai la mattina a fare spese per il fine settimana. Indugiai più a lungo al negozio cercando di fare una bella scorta per quando non ci sarei stata. Tornai a casa molto prima del pranzo, non volevo farmi trovare lì da mio marito quando lo Youkai sarebbe venuto a prendermi. Cucinai con calma sperando di riuscire a mangiare prima di andarmene.
    «Allora, hai preso la tua decisione?» la voce dello Youkai interruppe le mie gesta. Mi voltai verso la finestra e lo guardai fisso negli occhi.
    «Ho scelto: sono tua.»
    «Saggia decisione.» disse lui. Un mio battito di ciglia e lo trovai in casa alle mie spalle. Appoggiò i palmi sulla parte bassa della mia schiena e lo sentii pronunciare strane parole che non compresi, ma che ferivano le mie orecchie col loro potere che non potevo comprendere. Le sue mani affondarono nel mio corpo e io urlai di dolore. Lo sentivo dentro di me, sentivo le sue dita farsi strada nei miei organi, poi sentii che ne stringeva uno, non riuscivo a capire quale, il dolore dentro di me era dappertutto.
    Improvvisamente lui tirò via le sue mani. Io crollai a terra, sentivo il mio ventre pulsare ma sul mio corpo non c’erano segni. In quel momento sentii la porta d’ingresso aprirsi.
    «Sorpresa!» sentii dire all’ingresso: mio marito era tornato prima.
    No! pensai.
    Non riuscii a muovermi. Lo Youkai ne approfittò per ripetere la stessa operazione all’interno del mio petto. Mi trattenni dall’urlare, non volevo attirarlo lì, volevo che non trovasse nessuno in casa. Quando il demone cercò di strappare l’anima dal mio cuore, l’Inugami si frappose fra noi. Lo Youkai ingannato urlò di rabbia, urla che richiamarono mio marito.
    «Cosa succede qui?» disse non appena mi trovò inginocchiata, il demone che si dissolveva come fumo nel vento richiamato nell’oscurità.
    «Mi dispiace, non volevo che vedessi.» gli dissi mentre correva a soccorrermi. Gli caddi addosso, ma dovevo spiegarmi prima di scomparire anch’io per l’eternità «Mi dispiace anche di non averti detto nulla.»
    «Non ti preoccupare, va tutto bene.» disse lui «Non parlare ora, tutto si sistemerà.»
    «No, devo dirti una cosa importante prima che sia troppo tardi. Il demone ha messo dentro di me una vita, lo alleverai come se fosse tuo figlio?» chiesi.
    «Lo alleveremo insieme.»
    «No, io devo seguire il demone. Mio figlio avrà per sé la mia anima e io sarò viva solo nelle tenebre. Lo alleverai come se fosse tuo?» ripetei.
    «Lo farò.» promise.
    «Ma non dovrai mai dirgli quello che è, non dovrà mai sapere che è un Han’yo, un mezzo demone.»
    «Non lo saprà.»
    «Addio.»
    «Addio, mio amore.»
    Scomparvi lasciando tra le mani di mio marito un piccolo esserino raggomitolato. Potei percepire il suo dolore, ma non potevo tornare a consolarlo.
    Avevo perduto la mia anima. Per sempre.

    Anonymous ha risposto 10 anni, 5 mesi fa 0 Mago · 0 Risposte
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