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  • Il secondo fratello

    Posted by Anonymous on Marzo 9, 2013 at 8:53 pm
    Premessa:
    Qualche giorno fa ho ripreso in mano il mio volume “Le fiabe di Beda il Bardo” e ho trovato in fondo al libro un foglio spiegazzato tutto scritto fitto fitto a lapis. Ed ecco che mi sono ricordata: era un compito di Storia della Magia risalente a chissà quanti anni fa. Dovevamo scrivere una fan fiction che avesse come tema la Storia dei Tre Fratelli. E io avevo deciso di sviluppare la storia del secondo fratello. Mi sono messa a rileggerlo e mi dispiaceva abbandonare questa storia al naturale deterioramento del foglio di carta. Quindi ho deciso di pubblicarla. Alcune parti sono erano scolorite, e mi ci è voluto un po’ a decifrarle, comunque ho fatto pochissimi aggiustamenti, praticamente è l’originale.

    Avvertenza:
    Questa è una storia romantica. Molto romantica. E totalmente priva dei miei soliti cambi di registro (quindi non fa ridere neanche un po’, o almeno non intenzionalmente) Quindi, se odiate i romanticismi non la leggete neanche. Grazie.

    Il secondo fratello tornò a casa soddisfatto del dono che aveva scelto. “Quale modo migliore di umiliare la morte” si disse, “di farsi regalare un oggetto capace di richiamare in vita i defunti?”. Più ripensava alla rassegnazione con la quale quella figura incappucciata si era chinata a raccogliere quel sasso dalla riva del fiume e glielo aveva consegnato, più gli veniva da sorridere. Si sentiva invincibile: mai nessun mago, per quanto abile nelle arti oscure, era riuscito a riportare in vita i morti e lui, sì, proprio lui, ne aveva ora il potere. Aveva imbrogliato la morte in persona; adesso era più potente perfino di lei.

    Ancora assorto in questi pensieri, aprì la porta di casa e si sdraiò sul letto accanto al fuoco, solo, come tutti i giorni. Non resistette però alla tentazione di provare subito i poteri della “Pietra dalla Resurrezione”. La prese in mano e la osservò un po’, non mancando di complimentarsi ancora una volta per la sua scelta. Com’era bella e lucente! Non aveva mai visto una pietra simile, sicuramente doveva essere molto potente. Prese a rigirarsi la pietra nel palmo della mano, per vedere se accadeva qualcosa… l’emozione era davvero molto forte…ed ecco che al terzo giro accadde qualcosa che lo lasciò improvvisamente senza fiato. Il cuore saltò un battito quando apparve accanto a lui Elinor, il suo primo e unico amore, colei che aveva amato con tutta l’anima prima della sua prematura morte e che aveva continuato ad amare sempre. Ed ecco che nella sua mente cominciò a vorticare un turbinio di ricordi. Ricordi di passeggiate per i boschi, illuminati dai raggi della luna, di corse sui prati, di cavalcate sugli ippogrifi. Ricordi di risate complici che sembravano non avere mai fine. Tutti ricordi impregnati della voglia di vivere che era in lei, prima che fosse spazzata via da quella terribile malattia, che aveva così brutalmente lacerato la sua esistenza. Come aveva desiderato sposarla, e avere con lei dei figli, e passare con lei il resto della sua vita!

    “E-Elinor?” balbettò incredulo. Ella rimaneva immobile accanto a lui, pallida come sul letto di morte, proprio quando lui aveva sentito che le forze abbandonavano la mano che stava stringendo e allora le aveva posato le dita sul volto chiudendole gli occhi, che pareva non volessero abbandonare la luce. Pallida, ma bella, bella come sempre, come un angelo. Sembrava una figura eterea, quasi inconsistente. Il cuore gli riprese a battere sempre più forte, e stupore e gioia profonda si impadronirono di lui, seguiti da commozione. Lacrime calde cominciarono a scendergli lungo il viso. Le prese le mani bianche e affusolate. Erano fredde. La baciò ansimando.
    “Oh Elinor, Elinor, sei proprio tu?” chiese in preda alla più totale agitazione. Poteva toccarla, era viva, viva, lui l’aveva riportata in vita. Gli veniva da ridere, da piangere e da essere in ansia al tempo stesso. La guardò negli occhi, ricercando disperatamente il suo sguardo e lei rispose con un debole sorriso: “Sì”. La gioia era immensa. Pensò come sarebbero stati felici insieme da quel momento fino alla fine dei loro giorni. Cominciò a proporle passeggiate, viaggi e ogni altro tipo di divertimento. Lei si limitava ad annuire.

    Passarono i giorni. Ma ecco che tra la gioia iniziale cominciò ad insinuarsi l’inquietudine. Inquietudine che andava rafforzandosi col sentore che lei non fosse più la stessa. Quando la guardava, gli occhi di lei, quegli stessi occhi un tempo tanto assetati di vita, benché fissi nella sua direzione, sembravano non percepirlo, come assorti nella contemplazione di qualcosa al di là di lui. Quando parlavano, cercando di far rivivere i momenti passati, lei li ricordava e ne sorrideva, ma erano sempre sorrisi malinconici, con un che di triste. La sentiva distante, come se fosse separata da lui da uno strato di nebbia o da un velo invisibile, come se appartenesse ad un altro mondo.
    Inizialmente fingeva con se stesso che Elinor fosse sempre la stessa, o si tranquillizzava sforzandosi di pensare che fosse solo un po’ stanca o sconvolta dai recenti avvenimenti. Col passare del tempo, il distacco e la freddezza di lei divennero sempre più manifesti. Egli non trovava, non riusciva a trovare, per quanto si sforzasse, quel contatto con lei che invece era sempre presente prima della disgrazia. Prima c’era come un’affinità emotiva, si capivano al volo, comunicandosi con un solo sguardo ciò che non era esprimibile a parole. Ora questo non era più possibile ed egli lo sentiva pesantemente. Ogni volta che tentava di fendere quello strato di nebbia che lo separava da lei, questo si infittiva, accrescendo la distanza. L’inquietudine sfociò presto nell’angoscia. Tutte queste tormentose considerazioni si accalcavano nella sua mente contro la sua volontà senza che lui fosse capace di scacciarle. Voleva raggiungerla, far sparire la nebbia ed abbracciarla, ma gli era impossibile, e la conoscenza di questa impossibilità lo faceva soffrire in modo indicibile.

    Un giorno vide i suoi occhi verdi farsi particolarmente tristi, sembrava che soffrisse. Le posò il dorso della mano sulla fronte freddissima e poi sulla guancia, e chiese preoccupato:
    “Elinor, che hai? Stai male?”. L’angoscia lo tormentava sempre di più. “Elinor!”. Ricordò il momento in cui aveva capito che l’avrebbe persa. Lo stesso tormentato sentimento si era adesso impadronito completamente della sua anima, ma in modo più forte, più terribile. Lei pronunciò il nome di lui con un lieve sorriso calmo, ma con lo stesso sguardo malinconico, dicendogli di non preoccuparsi per lei. Ma lui era in preda al delirio. La strinse tra le braccia più forte che poté, come se avesse paura che qualcuno gliela strappasse a forza, e gridò: “No, non posso averti persa, non posso! No, Elinor, io ti amo! Elinor! Ti ho ritrovata! Starai con me per sempre, per sempre!”. La baciò furiosamente sulla guance, sulla fronte e sulle labbra. La disperazione, la follia, l’amore per lei, lo spinsero ad impugnare un coltello vicino e a piantarselo nel cuore. Il dolore che provò in quel momento non fu nulla in confronto a quello che già lo stava straziando. Il sangue sgorgò dalla ferita nel petto ed egli impallidì, diventando freddo e bianco come la neve… e come Elinor.

    E fu così che la morte chiamò a sé il secondo fratello.

    Anonymous ha risposto 9 anni, 11 mesi fa 0 Mago · 0 Risposte
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