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GiratempoWeb | Harry Potter Italia, Animali Fantastici, Wizarding World, Podcast e Raduni Forums La Fine( storia conclusiva della saga Cicatrice)- parte 1

  • La Fine( storia conclusiva della saga Cicatrice)- parte 1

    Posted by Anonymous on Aprile 23, 2016 at 11:03 am

    Capitolo 1

    HOGSMEADE

    “Di qua!” gridò Louise, continuando a correre lungo il giardino di Hogwarts. Harry e Neville, nascosti sotto il mantello, seguivano il gruppo senza fiatare.
    Il cuore di Harry batteva a un ritmo frentico simile a un tamburo e la sua mente era confusa e disorientata mentre si faceva strada fra gli alberi, dove avevano lasciato i Thestral.
    Varcata la soglia del bosco, Harry scoprì sia lui che Neville dal Mantello.
    “Meglio che questo lo rimetta al suo posto, sarà più al sicuro” disse all’amico, e se lo rimise in tasca.
    A un certo punto, stranamente, li vide: cinque creature alate dal corpo di cavallo si stagliavano dinanzi a loro, lasciandolo al quanto stupito.
    Neville parve accorgersene, perché lo guardò accigliato. “Tu…tu riesci a vederli?”
    “Io…sì” rispose Harry con la voce rotta dall’emozione, e improvvisamente si ricordò il motivo di quella capacità, “credo che sia per…”
    Ma prima che riuscisse a finire la frase venne trascinato per un braccio da Louise presso uno dei Thestral.
    “Forza, muoviamoci, Harry! Qualsiasi stranezza tu abbia ci penseremo dopo! Se riesci a vedere i thestral, meglio ancora, sarà più facile salirci in groppa!” esortò lei con tono autoritario.
    Harry, dopo un attimo di esitazione per la quantità di eventi che si stavano succedendo così velocemente, montò sul thestral, seguito da Neville dietro di lui.
    Fu solo allora che Harry provò la vera adrenalina nel fuggire; si ricordò del suo volo  su Londra nell’altra realtà, a quindici anni, e gli sembrò passata un’infinità…
    Prima ancora che riuscisse a realizzarlo si trovò a volare sopra i tetti di Hogsmeade. Non che il Thestral fosse comodo come una scopa volante, anzi; ma si sentì ugualmente felice di avere la brezza nei capelli e di godersi l’aria mattutina fra le nubi che odoravano di umido, di avere i capelli e i vestiti appiccicati mentre salivano sempre più di quota, dimenticandosi del perché stessero fuggendo e da chi…Neville si stringeva a lui, ma Harry quasi non ci faceva caso….
    “Stupeficium!” gridò all’improvviso qualcuno dietro di loro, e fu per un miracolo che il Thestral mancò l’incantesimo.
    “Harry! Ci hanno circondato!” urlò disperato Neville.
    Harry si voltò leggermente. Neville aveva ragione: un folto gruppo di Mangiamorte era uscito dal nascondiglio e avevano preso a circondare lui e Neville e gli altri Thestral. Tenendosi con una mano attorno al collo dell’animale, Harry sguainò la bacchetta e la puntò a tutti i Mangiamorte che riusciva ad avvistare, allarmato.
    “Expelliarmus!” gridò a uno di loro.
    La bacchetta volò dalle mani del Mangiamorte colpito e questa rotolò nel vuoto scomparendo nella nebbia sotto di lui.
    Tanti incantesimi furono scagliati fra le nuvole; era scoppiata una feroce battaglia magica attorno a lui e Neville.
    “Incendio! Harry, non funziona, dobbiamo scendere di quota!” disse il compagno a Harry.
    “Ma se lo facciamo loro ci inseguiranno!”
    “Fallo e basta!” gridò Neville, schivando il colpo del Mangiamorte con insolita facilità.
    Harry non replicò oltre, e sussurrò all’animale di volare più in basso; solo quando riuscì di nuovo a intravedere i tetti e le orecchie gli si stapparono si rese conto di quanto in alto fossero saliti. Incitò la creatura ad avvicinarsi sempre di più ai tetti delle case, mentre Neville dietro di lui combatteva contro i Mangiamorte che li inseguivano, un po’ colpendoli e un po’ evitando i loro incantesimi.
    Harry si guardò intorno, cercando con lo sguardo gli altri. Dov’erano finiti? Non riusciva a scorgerli da nessuna parte…che fossero finiti nelle grinfie dei Mangiamorte? Solo a quel pensiero gli venne una fitta d’ansia. Non poteva credere che i suoi amici fossero stati rapiti…e chissà che cosa sarebbe successo loro una volta portati al cospetto di Voldemort…
    “Harry!” urlò Neville.
    “Che c’è?” chiese Harry, risvegliatosi dai suoi pensieri.
    “La zampa del Thestral! Guarda la zampa del Thestral!” gli indicò l’altro.
    Harry la guardò; la zampa anteriore della creatura era ferita, e solo allora si accorse che il Thestral stava sanguinando copiosamente e li sballottava da un lato e dall’altro, come una vecchia cassa su una nave.
    Harry allora, con la presa salda sulla bacchetta, puntò sul Mangiamorte che aveva appena scagliato l’incantesimo e ne stava per lanciare un altro, e gridò: “Pietrificus totalus!” prima che il Thestral scendesse in picchiata sempre più velocemente e portasse Harry a scontrarsi sul suo dorso, seguito da Neville che finì sulla schiena del ragazzo.
    Harry non riuscì a riprendere il controllo dell’animale finché non si rese conto che ormai erano finiti fra le case del villaggio, e stavano mirando verticalmente al terreno…e allora fu troppo tardi.

    Harry non seppe con esattezza quando riprese i sensi; il terreno era freddo e umido, e aveva i vestiti tutti bagnati e appiccicosi, così come i capelli, il naso e la faccia, e sentiva pulsare terribilmente la fronte e la tempia. Aprì gli occhi e si accorse che non vedeva nulla. Tastando sul terreno innevato Harry trovò i suoi occhiali, a poca distanza dal suo braccio, e scoprì che aveva una delle due lenti spaccate al centro. Qual era l’incantesimo che ripeteva sempre sua madre quando si rompeva gli occhiali…? Non lo ricordava, e a ogni modo, poco importava. Gli tolse i granelli di neve strofinandoli contro i vestiti – anche se aveva come l’impressione di non avere risolto molto- e se li ficcò su per il naso con le mani gelate sul naso  infreddolito.
    Quando riuscì a vederci ebbe quasi la tentazione di toglierseli di nuovo: a poca distanza da lui si stagliavano due figure, una gigantesca e l’altra invece più piccola e rotonda.
    Con le poche forze che gli restavano – la gamba era immobile come un pezzo di ghiaccio- strisciò sul terreno e si avvicinò per vedere meglio.
    Erano il Thestral e Neville. L’animale era fermo, immobile; stava per controllare se fosse ancora vivo, quando scorse il sangue che sporcava la neve attorno a lui. Doveva essere morto.
    Davanti a lui c’era Neville, e subito si chinò e lo girò; aveva il volto pieno di neve e terriccio, e qualche ferita attorno al naso e alla guancia, sporche di ghiaccio e gli occhi gonfi. Era bianco come un cadavere ed era tutto irrigidito dal freddo. Lui, Harry, non doveva essere messo tanto meglio. Sperò che fosse ancora vivo, e si mise a scuoterlo con violenza.
    “Forza! Forza!” lo incitò. Tentò una, due volte, ma Neville non sembrava riprendersi.
    Harry si mise seduto sulla neve. Non poteva lasciarlo lì da solo in questo stato, no, non poteva!
    Ritentò ancora…pensò anche di scaldarlo con qualche incantesimo…ad esempio Hermione era bravissima a creare i fuochi…ma non riusciva a ricordare quale incantesimo usasse.
    Si tastò le tasche; doveva almeno tentare, forse gli sarebbe tornato in mente…ma con lui aveva solo il mantello dell’invisibilità. La bacchetta era sparita.
    Fitte lacrime gli scesero lungo le guance, date dalla disperazione, dal freddo, dalla paura e dalla solitudine.
    Si guardò intorno, con la forte tentazione di gridare, ma non c’era nessuno che di mattina passeggiasse per le strade…Hogsmeade non era più quella di una volta: sembrava una città fantasma.
    Così aspettò, gli occhi fissi sull’amico. Poi gli pulì la faccia e si gettò su di lui per riscaldarlo, perché non sapeva cos’altro fare.
    Poco dopo qualcosa si mosse sotto di lui, e Harry ebbe un singulto e scattò a sedere.
    Neville si stava muovendo lentamente, e a fatica aprì gli occhi.
    “Harry…” lo chiamò debolmente. “Che sta succedendo? Dove siamo?”
    “In un vicolo di Hogsmeade” gli rispose Harry. Decise di mettersi in piedi e di cercare la bacchetta. Eccola lì; non molto lontana dall’impronta della figura di Harry sulla neve.
    Neville stava per seguirlo, ma Harry lo fece distendere.
    “No, stai lì. Dobbiamo andarcene di qui, ma non puoi camminare in quello stato” gli spiegò, e Neville si accasciò sulla neve debolmente.
    Harry, barcollante, raggiunse la bacchetta, si chinò lentamente e dopo averla afferrata e tornò indietro da Neville. Solo allora si accorse che sullo stomaco aveva una macchia rossa.
    “Scopriti la pancia” disse Harry all’amico. Questo però sembrava troppo debole anche per muovere un sol muscolo e così fu Harry a farlo al posto suo; quello che vide fu un taglio orizzontale molto profondo, che si estendeva dal ventre al fianco. Harry era sempre più preoccupato. Sarebbe morto se non l’avesse portato da qualcuno, e non bastava un semplice incantesimo di riparazione per risolverlo.
    “Andiamo” gli disse e, afferrando prima un braccio e poi l’altro, lo mise in piedi e lo portò su una spalla. Neville era molto più robusto e pesante di Harry, che invece era piccolo e gracile, ma nonostante questo fu abbastanza facile da portare, forse perché motivato da disperazione.
    “Ora che ci penso, Harry…la mia bacchetta. Dov’è la mia bacchetta?” chiese Neville.
    Harry lo ignorò e continuò ad andare avanti.
    Uscirono dal vicolo cieco e continuarono a camminare barcollando per una strada secondaria, dietro i locali, una parallela di High street probabilmente.
    Harry scorse in lontananza uno dei pochi pub che aveva il retro illuminato.
    Una piccola speranza si accese in lui, e anche se con difficoltà prese ad accelerare il passo, mentre Neville si faceva sempre più debole e difficile da trasportare.
    Poi qualcosa di freddo, come un senso di morte, gli fece dimenticare ciò che aveva visto.
    Era la cosa più terribile che avesse mai provato: era come se la serenità e la felicità fosse scomparsa attorno a loro, lasciando solo dolore, paura e tristezza. Ma Harry conosceva bene quella sensazione, e a che cosa era dovuta.
    “Harry, perché all’improvviso mi sento così triste?” chiese debolmente Neville.
    “Devo metterti giù” gli riferì Harry, e lo accasciò delicatamente a terra.
    Harry attese che comparissero, e finalmente eccoli avvicinarsi: creature incappucciate ricoperte completamente da un lungo mantello nero, da cui fuoriusciva solo una mano ripugnante dall’aspetto scheletrico.
    Ne comparve uno, poi si concentrarono tanti nello stesso punto, e cominciarono a circondarli.
    “Harry…”
    “Zitto Neville!” inveì Harry, tentando di pensare a qualcosa di felice.  Gli tornarono alla mente ricordi in cui giocava con il padre a Quidditch, ma non era un ricordo abbastanza potente…
    E poi lo trovò: l’immagine di lui, Ron e Hermione che camminavano per i corridoi di Hogwarts. Non era sicuro che fosse esattamente un ricordo, ma la cosa gli mise tanta serenità, così che alzò la bacchetta e urlò: “Expecto Patronum!”
    Tenendo presente quell’immagine fissa nella mente, puntò la bacchetta contro il gruppo di dissennatori, finché non comparve un cervo fatto di pura energia che cominciò a scalpitare e a cacciare, con la forza dell’incantesimo che portava con sé, tutti i dissennatori che volevano aggredire sia Harry che Neville. Quando li ebbe allontanati via tutti, si dissolse nell’aria.
    “Ce l’hai fatta!” gridò Neville, ma Harry udì le sue parole di stima come un eco lontano;
    tutto faceva buio attorno a lui e, senza forze, si accasciò sul terreno.


    Post Unito in automatico!

    Capitolo 2

    Aberforth

    “Harry sono io…sono io. Apri gli occhi”.
    Harry si svegliò.  Si trovava in una stanza non molto grande, con solo un tavolo e delle sedie, e lui era sdraiato su qualcosa che doveva essere una brandina. Scorse con lo sguardo la stanza per bene due volte, ma non c’era nessuno con lui, tranne…
    “Sirius?!” gemette,  scorgendo la figura del padrino, alta e dal volto decorato da un sorriso sornione, che lo studiava con lo sguardo, ed era appoggiato a un lato della stanza. 
    “Harry” ripeté Sirius, avvicinandosi alla sua postazione, e mettendosi in ginocchio gli prese la mano. A quel tocco Harry non nascose un fremito: era freddo come un fantasma. Eppure non poteva essere, perché Sirius era vivo quanto lui.
    “Che cosa sta succedendo?” chiese, spaesato. “Dove mi trovo?”
    Gli occhi di Sirius divennero lucidi. “Sei in un luogo sicuro, non preoccuparti. Quando tornerai ci saranno persone che si prenderanno cura di te”.
    “Quando tornerò?” gli fece eco Harry, donandogli uno sguardo confuso. Era vero, non capiva dannazione, e lo sguardo misterioso di Sirius non aiutava; ma più questo lo guardava, più gli si facevano chiare le idee, e allora provò un senso di serenità.
    “Sto…sto dormendo, Sirius?” tentennò, e anche se la mano sotto quella del padrino tremava non la tolse. Lanciò un’altra occhiata alla sala, come se non fosse veramente convinto e sentisse il bisogno di verificare.
    “Ma allora…allora dove sono gli altri? Mamma…papà…Dobby…Tonks…”
    Sirius rise, tradendo quindi l’aspetto aulico che aveva mantenuto sino a quel momento.
    “Sempre al tuo fianco, Harry, ma vedi solo me per un motivo ben specifico” disse, e solo quando alzò la mano sinistra Harry s’accorse che aveva qualcosa da dargli; non sapeva esattamente cosa fosse di specifico, ma intuiva ciò che era, e provò una morsa allo stomaco strettissima, accompagnata da quel senso di malinconia che prima non riusciva decodificare.
    Sirius capì dalla sua espressione che aveva capito, perché disse: “Immagino già che tu sappia cosa sia”.
    “Sì” rispose subito Harry, e senza tanti preamboli tese il palmo della mano e Sirius gli posò sopra l’oggetto: era il boccino d’oro, quello che aveva catturato nella sua prima partita di Quidditch; era aperto al centro, dove era stata nascosta precedentemente la pietra della resurrezione, proprio come Harry la ricordava. Sentì un velo di nostalgia della sua vita passata, e all’improvviso tutti gli anni che erano appartenuti a questa gli pesarono sulle spalle, sommandosi a quelli della vita attuale. Era debole e vecchio.
    Guardò a lungo l’oggetto, cercando un motivo per cui gliel’avesse ridato, poi si rivolse interrogativo a Sirius:
    “Che cosa devo fare adesso?”
    Sirius rispose al suo volto interrogativo sorridendogli felicemente. “Cercare gli Horcrux” rispose, secco, alzandosi dalla sua posizione accanto ad Harry, “poi capirai”.
    “Che cosa devo capire?” domandò Harry, sentendosi terribilmente confuso.
    “E’ una cosa che verrà solo con il tempo, Harry. Spero che il boccino ti aiuterà nel tuo percorso” spiegò Sirius guardandolo penetrante.
    “Ma… ma come…?” continuò a chiedere Harry, mentre l’altro indietreggiava contro la parete.
    “Io ho bisogno di risposte!”
    “Ne avrai a tempo debito” continuò Sirius, “ci vediamo presto” e sparì oltre la parete.

    “Secondo voi che cosa gli è successo?” chiese Ron, tremante. Harry udì per prima cosa la sua voce; poi il picchiettare della pioggia fuori dalla finestra.
    “Non lo so ” esordì Louise, “ma ho come l’impressione che c’entri con lo svenimento in quella strana stanza, e la ferita che ne è scaturita. Tira fuori il diadema” ordinò poi, e sentendo il rumore della borsa e il tintinnio sopra qualcosa che assomigliava a un tavolo, Harry capì che Hermione aveva estratto il gioiello dalla borsa.
    Harry aveva gli occhi troppo gonfi, ma s’immaginò i volti dei suoi amici che studiavano il diadema con interesse.
    “Dite che è questa la causa di tutto?” chiese John, con un groppo alla gola.
    “Sì” assentì Louise sicura, e Harry era certo che i suoi occhi fossero scintillati ora che teneva in pungo la situazione, “o quanto meno, è il mezzo per cui Harry ha la stessa ferita di Neville”.
    “Non solo” aggiunse Ginny con voce rotta, “Harry mi ha detto di aver bevuto tutte le boccette in una volta sola. Per il tempo che è seguito, non ha avuto più gli strani sintomi che lo hanno tartassato fino a dicembre…per poi sfogarsi in questo modo”.
    “Chissà che cosa gli è successo di così terribile per potarlo a farlo ingerire tutte le pozioni insieme” chiese Ron, più rivolto a se stesso che ai presenti.
    Harry non vide cosa successe in quella pausa di riflessione, ma era certa che Hermione fosse arrossita.
    “Aspetta aspetta, esattamente che cosa aveva prima di bere queste cose?” chiese Frank.
    “Stava male” rispose Hermione, secca. “Aveva continuamente sete, solo che a un certo punto l’acqua non l’ha soddisfatto più, e neanche il succo di frutta o qualsiasi altra bevanda.
    Ha aggredito anche un ragazzo con una borsa piena di fiale ”.
    “Ha provato con la burrobirra?” chiese John, pungente.
    “Sì” disse Hermione, infastidita dal tono del compagno. “Tutte le bevande”.
    “Non ho mai visto Harry in quelle condizioni” osservò Frank, preoccupato.
    “Già, tranne quando ha rotto metà dell’argenteria di tuo padre, mentre parlava con Silente” gli ricordò John, “ gli si era proprio arrotolata la bacchetta”.
    Harry udì Frank quasi ridere, e anche lui si divertì a vedere quella scena sotto quel punto di vista ironico.
    “ Non parlava, urlava. Ma tanto non gli è mai piaciuto quel servizio, a papà” ammise Frank con leggerezza.
    Ginny tossì. Harry non aveva dubbio che fosse lei, con quei suoi modi di fare che talvolta tradivano l’aspetto ancora così piccolo e gracile.
    “Quindi ricapitolando, il diadema ha scatenato la reazione latente di Harry?” sintetizzò lei.
    “Esatto” affermò Hermione intensamente, “ questo oggetto dev’essere molto importante.
    Mi ha quasi ordinato di prenderlo, prima di andarcene”.
    Se solo avesse potuto aiutarli, Harry avrebbe detto loro quello di cui veramente si trattava…ma non poteva, dato che sentiva le labbra e gli occhi sigillati .
    “Beh” s’infilò convinta la voce di Luna, “ sono certa che è il diadema di Priscilla Corvonero. Sapete, l’ho riconosciuto subito perché mio papà sta cercando di farne uno uguale…”
    “Per favore, Luna, non ci rifilare di nuovo le tue idiozie! Lo sappiamo benissimo che il diadema di Corvonero è solo una leggenda!” la interruppe sul nascere Louise, piuttosto stizzita.
    “Lo dici solo perché non l’hai mai visto prima…papà ha grandi capacità, e se proprio non ci credi puoi venire a casa mia e controllare!” rimbeccò Luna ferita.
    “Beh, Luna, ti renderai conto che quello che dici è poco probabile” constatò Hermione, intervenendo un po’ nervosamente pur essendo più calma di Louise, “il diadema di Priscilla Corvonero non è mai stato visto da anima viva. Non è neanche possibile che tuo padre stia cercando di farne una copia identica, se non sa come è fatta, e fra l’altro è poco probabile che si tratti di questo gioiello…”
    “Dai, Hermione, vuoi veramente darle ascolto…?”
    Harry udì grattare la sedia sul pavimento, poi una botta sul tavolo che lo fece sobbalzare anche da fermo.
    “Ah è così eh? Adesso basta!”
    Con suo grande stupore – e anche quello di tutti i presenti- a urlare era Luna. Harry non l’aveva mai sentita così arrabbiata; pensava che non facesse proprio parte del suo carattere.
    “Louise Lupin, mi hai proprio stufato! Tu e la tua mente ristretta! Il fatto che tu non abbia mai avuto esperienze…non dia neanche la possibilità che qualcosa che tu non abbia letto in quei dannati libri esista! Beh esiste qualcos’altro…ma tu.. Tu e la tua amichetta Granger siete disposte ad insultare la mia famiglia per dimostrare che il diadema non esiste!”
    “Ma…” fece Louise, ma Luna la interruppe. “No! ho detto basta! Io sono la prima grifondoro della famiglia, ma Corvonero ha sempre fatto parte della mia genealogia da secoli! Non ti permetto di insultare la memoria del diadema, né quella di mio padre…né voglio che mi insulti più perché, dopo tutto quello che è successo, quello che abbiamo passato ho sempre avuto ragione io! Ron, ti ricordi al secondo anno? Avevo indovinato che tu e Neville eravate arrivati  a scuola con l’automobile di tuo padre?”
    “Sì, però…”
    “Ecco, vedi? Si ricorda! Quindi non insultarmi mai più e dai più peso alle mie parole, la prossima volta!” detto questo prese e uscì nel silenzio generale di tutti.
    Poi si udì un nuovo grattare sul terreno. “Voi…avete esagerato. Vado a parlarle” annunciò Ron,  detto questo uscì e raggiunse Luna.
    Seguì il silenzio generale, dove Harry, spiazzato per via della successione di eventi a dir poco incredibile, si accorse che l’energia pian piano stava tornando alle gambe e alle braccia.
    “Non l’ho mai vista così” osservò Frank nel frattempo.
    “E’ matta forte” incalzò Louise acida, “sono certa che il padre neanche sa come è fatto, un diadema”.
    “E tu come al solito colpisci con la tua simpatia” ribatté sarcastico Frank, “perché devi sempre avere questo atteggiamento con le persone che hanno idee diverse dalle tue? Non puoi semplicemente starti zitta e lasciarle parlarle?”
    Louise grugnì, poi ribatté: “ Ma anche Hermione…”
    Harry non sentì il resto della frase, perché il suo sorriso s’allargò constatando che, nonostante tutto quello che stavano passando, i rapporti fra i suoi amici non erano cambiati; quegli stessi battibecchi, al tempo stesso, gli ricordavano quelli di Ron e Hermione nella sua vita precedente…e si sentiva felice.
    “Guardate!” sobbalzò la voce di John. “ Harry sta…sorridendo?”
    “Starà sognando” grugnì Louise scontrosa.
    “Pagherei oro per vedere quella stessa faccia quando dormi tu, Louise…” commentò Frank, pungente.
    “Anche io” si unì Harry, ormai tornato conscio del suo corpo.
    “Harry!” esclamò Hermione, e subito sentì che si avvicinava alla brandina. “Come stai?”
    “Sinceramente? Mi sono sentito meglio” rispose lui con la voce roca e debole.
    Mentre si metteva seduto sul letto, aiutato da Hermione che gli sistemava i cuscini dietro la testa, provò ad aprire lentamente gli occhi, che gli bruciavano un po’. Si accorse di non vederci tanto bene: scorgeva solo delle figure informi davanti a lui, e stese un braccio per cercare gli occhiali. Qualcuno fece prima di lui e glieli inforcò direttamente sul naso, e fu così che riuscì a vedere Hermione che sorrideva nervosamente davanti a lui, e anche Neville era al suo capezzale con gli occhi viola e il viso gonfio. Dietro di loro erano seduti attorno a un tavolo di legno Frank, John, Louise e Ginny, con la stessa espressione attenta. Luna e Ron erano ancora fuori ma Richard era dentro la stanza, tuttavia sembrava essere altrettanto assente. Harry posò gli occhi su di lui e lo studiò, con la testa che gli faceva un male terribile.
    Richard osservava il paesaggio oltre la finestra, perso nei suoi pensieri e con la fronte aggrottata. Che cosa gli era successo? Non parlava da quando avevano lasciato la Norvegia.
    Harry era curioso  e ansioso di parlargli, e se non si fosse sentito così sfinito probabilmente si sarebbe sentito anche offeso da quell’atteggiamento.
    “Harry?” lo risvegliò Hermione dai suoi pensieri, e fu così che Harry gettò un’altra occhiata alla stanza. Si trovavano nello stesso ambiente dove aveva visto Sirius, e provò un misto di adrenalina e terrore quando lo notò. “Harry?” ripeté Hermione. “Che cos’hai in mano?”
    Fu solo in quel momento che Harry si accorse che stringeva in pugno qualcosa di duro e sferico.
    Poggiando la testa sui cuscini che Hermione gli aveva sistemato per mettersi seduto, alzò lentamente il braccio ed aprì la mano: era il boccino d’oro, lo stesso che Sirius gli aveva donato in quello strano collegamento avvenuto poco prima. L’oggetto cadde lentamente sulle lenzuola, e Harry lo riafferrò debolmente osservandolo nei minimi particolari. Scorse il dito lungo il perimetro dell’apertura centrale, dove era uscita la pietra della resurrezione. Il ricordo della Foresta Proibita e delle ombre delle persone a lui più care gli balzò in testa con la rapidità di un lampo, facendolo sentire nostalgico e, allo stesso tempo, dubbioso sulla quantità di tempo che era passato da quell’evento.
    Tutti i presenti puntavano lo sguardo sul boccino d’oro.
    “Come…come l’hai avuto?” chiese lentamente Louise, confusa.
    Harry stava per rispondere, ma non ne ebbe il tempo, perché la porta si spalancò ed entrò Aberforth con un vassoio di pane e formaggio e dieci bicchieri di burrobirra, seguito da Ron e Luna.
    L’attenzione dei suoi amici si spostò quindi sul nuovo arrivo con lo sguardo famelico.
    “Servitevi pure” invitò Aberforth, e subito tutti si abbuffarono sul vassoio.
    Anche Harry sentiva una stretta allo stomaco, e capì di avere fame, ma non osava alzarsi; il solo pensiero gli metteva la nausea.
    L’unica altra persona che non si era unita agli altri era Richard, che non si era degnato neanche per un momento di prestare attenzione a ciò che gli succedeva intorno.
    Nello stesso tempo Harry sentì lo sguardo penetrante di Aberforth entrargli nella testa, e questo bastò a distrarlo dai suoi pensieri su Richard.
    “Dovresti mangiare qualcosa anche tu” osservò Aberforth, continuando a guardarlo fisso.
    “Non ho fame” mentì Harry, che non voleva che qualcuno lo servisse.
    “Non dire sciocchezze” ribatté Aberforth, “ragazzina, prendi qualche fetta di formaggio e ficcagliela in mano con un bel boccale di burrobirra. Sicuramente ti tirerà su, Potter” commentò, continuando a guardare Harry, mentre Ginny gli obbediva.
    “Non importa, davvero” fece Harry, anche se le sue parole furono ovviamente ignorate.
    Piuttosto Aberforth si avvicinò a lui e, giunto a un palmo dal suo naso, studiò bene la nuova ferita di Harry.
    “Come te l'hai sei fatta, quella, ragazzo?” 
    “Non lo so” mentì Harry, a denti stretti. “Probabilmente cadendo dal Thestral”.
    Aberforth stette a guardarlo per un momento, come se soppesasse le sue parole; Harry sperò con tutto il cuore che gli credesse.
    “Sei sicuro?” fece il mago, titubante.
    “Sicurissimo” rispose Harry.
    Aberforth sembrò esitare, poi grugnì. “Farò finta di crederti. Ora devo tornare al bancone, ma non mi sono dimenticato di voi” disse, ora rivolto agli altri, “devo ancora capire perché ci sono dieci ragazzini nel retro del mio locale” detto questo uscì sbattendo la porta.
    Harry aspettò che i suoi passi si fossero allontanati per rivolgersi di nuovo ai compagni.
    “Come siete arrivati alla Testa di porco?” chiese. Anche se le forze gli stavano tornando velocemente, non aveva ancora ben chiaro cosa fosse successo e come era arrivato lì.
    “ Eravamo in volo sul Thestral, quando ci siamo accorti che vi avevamo perso” spiegò Ginny, mentre gli metteva a forza il boccale in una mano e nell’altra il formaggio, “ allora abbiamo cercato di tornare indietro, ma quando ci abbiamo provato ci siamo trovati davanti a un intero gruppo di Mangiamorte, così siamo andati dritti e…abbiamo deciso di sparire fra i tetti, ma i Mangiamorte ci hanno inseguito e quindi siamo dovuti smontare dai Thestral e lasciarli lì….per fortuna mentre correvamo ci ha trovato Aberforth che stava tagliando la legna nel retro del pub, e ci ha nascosti lì”.
    “E come ci hanno trovato? Perché sono svenuto?” chiese Harry, guardando in particolare Neville.
    Il compagno stette in silenzio per un po’, l’espressione grata, anche se Harry non ricordava il motivo.
    Si avvicinò ancora di più al letto, e con voce emozionata disse: “Sei svenuto perché…mi hai salvato la vita”.
    “Salvato la vita?” fece eco Harry, e in quel momento tornò alla mente un’immagine che però non riuscì a decifrare. “Cosa ho fatto di preciso?”
    “Beh…tu…noi…davvero non ti ricordi?” esitò Neville, un po’ deluso.
    “Ehm…io veramente…no” rispose a stento Harry.
    Neville sembrò tremare puntando lo sguardo sul basso; arrossiva sempre di più, e sembrava quasi esplodere dalla gioia quando spiegò con voce affrettata e mangiandosi le parole: “Hai…hai mandato via i dissennatori, Harry!”
    Harry sussultò quando ricordò improvvisamente quello che aveva fatto; tuttavia gli altri si scambiarono un’occhiata perplessa e si rivolsero nuovamente a Harry.
    “E’ uscito un cervo dalla bacchetta” incalzò Neville, ora più eccitato, “ e ha fatto come da barriera, ed è per questo che non sono svenuto…”
    “Io…l’ho mandato via con…l’Expecto Patronum…” continuò questo, ora che i ricordi si incastravano come pezzi di un puzzle, “ma certo e poi… ho perso i sensi”.
    “Come sai evocare quell’incantesimo?” sbraitò Louise, sorpresa. “Nessuno sa farlo, se non dei maghi particolarmente potenti!”
    Harry incontrò lo sguardo di Louise, che ora stava con gli occhi sbarrati sul bordo della sedia, dando l’impressione di saltare via da un momento all’altro.
    “Beh, me l’ha insegnato Remus” spiegò Harry al viso sconvolto dell’amica, “durante l’anno, visto che avevo avuto dei…ehm…problemi con i dissennatori”.
    Tutti gli rivolsero occhiate perplesse; Hermione era quella più turbata.
    “E quando l’avrebbe fatto, precisamente?” chiese. “Non ricordo di averti mai visto da sola con Lupin…e non ricordo che tu li abbia mai incontrati, questi dissennatori, a parte quella volta del Molliccio… ti ha turbato così tanto da costringere il professore a farti insegnare questo incantesimo?”
    Harry non seppe trovare le parole per spiegarglielo.
    “Ma è chiaro, no?” intervenne Luna, “se Harry lo sa, è perché non gliel’ha insegnato il professor Lupin che conosciamo”.
    Hermione si distaccò dallo sguardo di Harry e le rivolse un’occhiata scettica mista alla curiosità.
    “E allora…chi?”
    “Il Remus dell’altra dimensione” spiegò Harry, trovando il coraggio di parlare, adesso.
    “Da quanto siamo qui?” chiese poi cambiando discorso, rispondendo allo sguardo confuso di Hermione.
    La ragazza si guardò le spalle disorientata, poi si rivolse a lui: “non lo sappiamo di preciso. Forse sono passate un paio d’ore, ma non posso esserne certa del tutto”.
    “Bene” fece Harry, dopo una pausa, “ perché non c’è molto tempo. Dobbiamo andare…”
    Hermione lo respinse sui cuscini con una mano.
    “Harry no!” esclamò, preoccupata, “lo sai che ci sono molti mangiamorte che ci stanno cercando? E poi devi riposare…ti sei appena ripreso! Dove pensi di andare?”
    Harry sostenne lo sguardo dell’amica con intensità, e sperò con tutto il cuore che capisse qual era il suo scopo.
    “Sentite, c’è una cosa che dobbiamo fare, e se non ci sbrighiamo potrebbe essere troppo tardi. Se non volete venire d’accordo, ma deve esserci con me Neville. È un lavoro che dobbiamo fare insieme, credo…” disse, e mentre parlava si alzava dal letto sotto lo sguardo allarmato dei suoi compagni.
    “Aspetta un secondo!” scattò Frank, irritato. “ Cosa sono tutti questi ‘dobbiamo’? E poi davvero, Harry…ci devi delle spiegazioni! Per me, Louise, John e Richard le cose stanno andando troppo velocemente e sinceramente credo che prima di andare tu debba spiegarci! Siamo arrivati fino a un certo punto della storia, ma ora…ora non ci capisco più niente!”
    “Veramente sono confusa anche io” si accigliò Hermione, mentre Harry barcollava reggendosi a malapena in equilibrio.
    Alla fine cadde e si rimise seduto a bordo del letto. Anche se guardava diretto negli occhi di Ginny, confusa quanto gli altri, Harry sentiva un certo prudere alla nuca. Era certo che Richard gli stesse prestando attenzione, nonostante si fingesse indifferente.
    Continuò a sforzarsi di fissare il viso di Ginny.
    “E’ una storia complessa” tagliò corto.
    Louise sobbalzò. “Una storia complessa, Harry?” ripeté. “Ma Harry, non capisci? Aberforth si aspetta delle spiegazioni, da noi…dobbiamo dirgli qualcosa, e sinceramente non voglio mettermi a raccontare bugie”.
    “Sì, ad ogni modo i primi a cui devi delle informazioni siamo noi” puntualizzò John.
    “Non eri esattamente normale, quando ti è venuta quella ferita sulla fronte…e anche quello strano boccino, quando Aberforth ti ha trovato non l’avevi con te…”
    Harry ci pensò su. Si accorse che in quel momento di stare ancora stringendo fra le dita il boccino datogli da Sirius. Lo guardò studiandolo in ogni dettaglio, con il cuore a mille.
    Sarebbe stato difficile da raccontare, quasi quanto una vita intera. Il respiro cominciò a smezzarglisi quando ripensò alla sua vita precedente, e gli venne quasi immediato avvertire un certo torpore al petto, come la visione della propria casa da lontano, di ritorno da un lungo, estenuante viaggio.
    “E va bene” si rassegnò. “Ma non ci resta molto tempo. Aberforth potrebbe tornare da un momento all’altro…”
    Fu così che prese a narrare di come, a causa della connessione fra lui e Neville, la ferita di Neville sulla fronte fosse venuta anche a lui, e di come aveva visto il ritorno di Voldemort tramite gli occhi di Neville; che la sua vita da Prescelto non era parallela, ma precedente a quella attuale e come l'avesse ricordata tutta in un attimo;dei sogni con i suoi genitori e del nuovo collegamento con Sirius, lasciando l’argomento più scottante per ultimo.
    “E poi ci sono gli Horcrux” concluse Harry, “sette pezzi dell’anima di Voldemort che sono rinchiusi dentro gli oggetti che hanno segnato la sua esistenza, in modo tale da renderlo immortale”.
    I suoi amici si scambiarono un’occhiata perplessa per poi guardarlo nuovamente.
    “Ma Harry, come può aver fatto? Non si è mai sentito un incantesimo così potente!” obiettò Hermione, con gli occhi spalancati.
    “ E’ una magia oscura, che può funzionare solo se si uccide” spiegò Harry, “Voldemort l’ha fatto. So anche quali sono gli horcrux…me lo ricordo, il Silente della mia vita precedente ha passato tutto il sesto anno a cercarli, e quando è morto è toccato a me, Ron e Hermione continuare la sua missione, fino a che…” Harry alzò lo sguardo automaticamente su Neville, con il viso gonfio e le bende che gli coprivano il torace; la cicatrice a forma di saetta  gli segnava ancora la fronte, pronta a ricordare ciò che sarebbe toccato a Neville, anche se ancora non lo sapeva.
    “Fino a…che?” lo risvegliò bruscamente Louise.
    “ Io e Silente abbiamo trovato un oggetto che era un sostituto di quello vero…Ma ora sarà diverso. Si trova nel mio zaino, Hermione, tu sai dov’è…?”
    “Eccolo” disse Ginny, passandolo in mano alla compagna, “ abbiamo detto ad Aberforth che l’avevi lasciato nella Foresta, ed è stato così gentile da recuperarlo con gli altri”.
    Harry le regalò un breve sorriso, e si soffermò su Hermione che stava rovistando nello zaino nervosamente, finché non tirò fuori un medaglione con all’interno incisa una S. Il medaglione di Salazar Serpeverde.
    Harry sobbalzò quando lo vide, e allo stesso tempo lo fece Ron. I due ragazzi si guardarono incuriositi.
    Sul volto di Ron c’era un’espressione di paura…come se avesse avuto già a che fare con quell’oggetto prima. Ma di sicuro non poteva essere; doveva averlo associato al Ron della vita precedente, perché quello della sua vita attuale non aveva mai partecipato alla ricerca dell’horcrux – o almeno non ancora.
    Attorno a loro si creò il silenzio. Harry lasciò lentamente la stretta del pugno attorno al boccino d’oro e tese le mani verso il medaglione. Inutile dire che riconobbe subito la differenza con quello che aveva cercato con Silente.
    “E’ questo qui” disse, e provò quasi un senso di vittoria nel pronunciare quelle parole, “è lui”.
    Poi alzò lo sguardo verso i suoi amici. “Dobbiamo andare adesso”.
    “Sono d’accordo” concordò sorprendentemente Ron, e tutti lo fissarono sorpresi.
    “Ora?” fece Louise, che fra tutti loro era quella più incredula.
    “Ora”.

    “Che cosa diremo ad Aberforth?” chiese John, mentre Hermione metteva nella borsa delle fiale. “Lo ringrazieremo a tempo debito” disse Harry, che sentiva crescere sempre di più l’ansia dentro di sé.
    “Certo che siamo davvero un gruppetto carino” commentò sarcastico Frank, “dieci ragazzini, fra cui due malati e feriti…”
    “Taci Frank” ordinò Louise mentre si dirigeva verso un Neville malconcio e gli propinava per bocca la fiala datale da Hermione. Guardandolo, Harry si chiese se stava facendo la cosa giusta.
    A pensarci bene, si sentiva stanchissimo. Eppure sapeva che doveva farlo, dovevano muoversi immediatamente prima che Voldemort riunisse i pezzi, a costo di morire per la strada, di passare per un ingrato nei confronti di Aberforth, che si aspettava di sicuro una spiegazione dopo averli salvati in mezzo al gelo.
    Il suo sguardo si posò su Ron e Luna; il ragazzo stava tentando di chiudere il sacco troppo pieno, quando Luna gli prese il polso. “Faccio io, Ron” disse lei, tranquilla, e il ragazzo si fece da parte con le orecchie a sventola circondate di rosso. La scena fu oscurata da Hermione che si mise davanti a lui. “Coraggio Harry” disse lei, stappando la bottiglietta. Harry si fece coraggio e aprì la bocca. Quando le gocce fecero ingresso fra le labbra sentì un calore scivolare lungo la gola, poi verso le braccia, le gambe, e culminare nel petto. Fece un balzo; si sentì come se si fosse appena svegliato, e non si sentiva più confuso o dolorante. Harry e Neville si guardarono; anche lui, nonostante avesse ancora un aspetto malaticcio, aveva lo sguardo che brillava e non era più curvo.
    “Queste pozioni ti danno energia e fanno sparire i dolori per un arco di ventiquattro ore” spiegò Hermione, guardando fisso Harry. “Le hai prese dal mio comodino? Eppure non ricordavo che ci fossero di questo tipo…”
    Hermione scosse il capo cespuglioso, con un sorriso vittorioso sul volto. “No, le ho prese dalla Norvegia, una volta che sono stata nella loro infermeria. Ho pensato che fossero utili, e quindi…”
    “Sei geniale come sempre, Hermione” disse Harry spontaneamente, e Hermione le rivolse uno sguardo di approvazione. Solo allora notò che Ginny era dietro di lei con la fronte corrugata.
    Si sentì improvvisamente in colpa.
    “Beh, è il caso di muoversi, non vi pare?” fece John con un moto d’ansia nella voce. “Ora che sappiamo tutto, non abbiamo molto tempo. Come pensi di agire, Harry?”
    Harry pensò fitto. Poi si rivolse alla porta sul retro, ma quella era bloccata.
    “ Dev’essere chiusa con un incantesimo” disse esasperato Harry al gruppo.
    “Lasciami provare” si offrì volontaria Hermione, ma quando tentò la porta non si aprì.
    Allora provò Louise, ma neanche la sua bravura riuscì ad aprire loro il varco.
    Così si rivolsero di nuovo esasperati al gruppo. Proprio in quel momento Harry sentì la sua mano sfiorare la tasca dove teneva il mantello. Subito lo estrasse e lo lanciò verso John.
    “Ci muoveremo a gruppi di tre; uno dei due che esce dal locale torna indietro con il mantello e porta fuori gli altri due. Tutto chiaro? I primi ad andare siete tu e John, va bene Frank?”
    Ma sia John che Frank guardavano da tutt’altra parte; i loro occhi erano fissi su Richard.
    “Che pensi di fare?” chiese John al fratello.
    Richard si voltò verso di loro con un’occhiata diffidente. Questo bastò a intristire l’espressione di John.
    “Fa’ come ti pare!” sbottò ferito, e avvolse lui e Frank sotto il mantello e uscirono.
    Harry si soffermò sul viso di Richard, chiedendosi perché agisse così. Faceva veramente arrabbiare il fratello, con cui era stato sempre molto legato. E ora…cos’era successo di così traumatico in Italia per cui fossero così litigati? Non capiva. Forse in qualche modo c’entrava lui, Harry? No, non doveva essere così arrogante…
    Decise di non pensarci. Doveva concentrarsi sulla fuga, che Richard fosse con loro o meno.
    Alla fine erano rimasti solo lui e Harry; Ginny era tornata a prenderli.
    Harry si avvicinò a Richard e gli pose una mano sulla spalla. “Sei pronto ad andare?”
    L'amico non rispose. Piuttosto continuò a fissare fuori dalla finestra, senza apparentemente aver sentito.
    “Harry forza!” lo esortò Ginny, spazientita.
    Harry la ignorò e guardò insistentemente Richard; che avrebbe dovuto fare, forzarlo a venire?
    “Richard…”
    Nessuna risposta. Un moto di rabbia si fece largo dentro di Harry, e con un grosso sospiro, prese la mano di Ginny ed uscirono dalla porta principale.
    Era incredibile  quanta gente stesse rinchiusa in quel locale; il più della clientela era costituita da maghi e streghe che aveva già intravisto ai Manici di Scopa. Ma quel pub doveva aver chiuso, perché Aberforth non aveva mai vantato una gran fama a Hogwarts né fra i maghi in generale.
    Ginny era aggrappata al braccio di Harry con il respiro corto, mentre entrambi guardavano a destra e sinistra cercando di non farsi sfilare il Mantello di dosso.
    Harry dal canto suo si sentiva come ubriaco: il grande odore delle cucine del locale, l’umidità che aleggiava in quel pub (era sicuro che quel luogo fosse pieno di spifferi, oltre che ad essere piuttosto sporco) e l’ammasso di sudore e di puzza dei maghi e delle streghe lo stordiva. Sperava con tutto il cuore di uscire lì il prima possibile; si sentiva però in colpa di lasciare Richard da solo…
    Presto trovarono i loro compagni, nascosti sotto una cassa del retro. Fra tutti scorse per primo il viso di John, contratto in un’espressione arrabbiata e triste insieme, come se volesse trattenersi dal piangere; era chiaro che aveva sperato di vedere il fratello con lui.  Fu proprio questo che convinse Harry.
    “Vado a prendere Richard” annunciò. E, dopo aver tolto il Mantello sia a lui che a Ginny corse via.
    A nulla servirono le imprecazioni e gli ammonimenti di Hermione e Louise, che risuonavano all’unisono nella sua testa, insistenti come un picchio su un albero.
    Subito entrò le locale, e cercò di farsi spazio fra la folla per tornare dietro le cucine; nessuno sembrava apparentemente averlo visto, e stava per raggiungere la porta quando qualcuno gli tirò il colletto da dietro e lo trascinò dentro la stanza, dove giaceva ancora il letto a baldacchino e le due uniche pozioni che Hermione aveva lasciato sul comodino adiacente ad esso.
    Ma  la cosa che lo colpì ancora di più era che Richard non c’era più.
    Stordito, Harry cadde di faccia sul pavimento e si girò, vedendo Aberforth dominare su di lui con severità. Harry sentì un brivido scorrere lungo la schiena; era come vedere Albus Silente, di solito così generoso e disponibile, costernato da lui e dall’atto che aveva commesso.
    Persino quando Harry aveva seguito il professor Piton nella Foresta Proibita Silente non aveva dato in escandescenza. Ma se l’avesse fatto, avrebbe avuto la stessa espressione preoccupata e addolorata che stava mostrando il fratello. La loro somiglianza era impressionante.
    “E così stavate tentando di scappare sotto il mio naso, eh?” imprecò lui.
    “Signor Silente…io credo di potergli spiegare….”
    “E per l’amor del cielo” tuonò ancora Aberforth ignorandolo, “Che diavolo è questo?”
    E tirò fuori  il ciondolo di Serpeverde.
    Harry ebbe un groppo alla gola. Era l’ultima cosa che avrebbe voluto vedergli fra le mani.
    “Me lo dia, signore” disse, fissando l’oggetto con intensità.
    “Non credo proprio che lo farò” ribatté deciso Aberforth, e il ciondolo scivolò di nuovo dentro la sua tasca. “Se volevate scappare, dovevate organizzare un piano migliore. Ho chiuso il retro con un incantesimo apposta per non farvi scoprire. I Mangiamorte controllano anche i magazzini dei locali per scovare i fuggitivi, quindi mi credi uno stupido, Potter?”
    “Dove è Richard?” chiese Harry, con la voce sorprendentemente ferma.
    Aberforth abbozzò un ghigno. “Al sicuro” fece lui.  “Ora vuoi spiegarmi perché ci lasciate così in fretta?”
    “Certo” rispose Harry.
    Harry allora si sedette su una delle sedie accanto al letto, e Aberforth lo imitò spostandosi davanti a lui. Poi lo guardò con intensità, nello stesso modo di suo fratello, attendendo le spiegazioni. Harry scelse le parole da dire intensamente.
    “Noi…dobbiamo cercare una cosa. Una cosa che aiuterà Neville a battere Voldemort”
    Aberforth trasalì impercettibilmente a quel nome, ma a Harry non sfuggì.
    “E per farlo dovete partire per forza tutti e dieci?” chiese il mago, incredulo.
    Harry pensò intensamente. “No, non per forza” rispose poi, “ ad esempio Richard non verrà con noi. Ma il resto del gruppo ormai è troppo coinvolto per essere lasciato indietro. Siamo fuggiti dal nostro luogo sicuro, e dobbiamo cercare ciò che servirà a Neville…”
    “Te l’ha detto Albus, vero, di farlo?” lo interruppe l’altro, brusco. “Non è la prima volta che chiede a ragazzini e a persone che si fidano ciecamente di lui di compiere missioni suicide.
    E immagino che non vi abbia dato neanche un punto da cui iniziare, un luogo da cui partire…Senza neanche dirvi esattamente cosa cercare, giusto?”
    “In realtà…non servirebbe” rispose Harry debolmente. “ So cosa devo fare”.
    “Certo, come lo sa un ragazzino di tredici anni!” sbottò Aberforth. “Pensaci un attimo, ragazzo: i tuoi genitori e tutto il resto dell’Ordine hanno dato la loro vita per salvare la tua, per far sì che la tua sicurezza e quella degli altri ragazzini siano al sicuro. Come ti viene anche solo in mente di coinvolgere i tuoi amici in una missione impossibile?”
    “Non è una missione impossibile, ed io mi fido di lui” rispose Harry, scaldandosi un po’.
    In realtà  Silente non gli aveva mai detto di partire a cercare gli Horcrux; aveva fatto tutto questo perché gliel'avevano detto i suoi sogni, e le parole di Aberforth l’avevano ferito anche un po’ per questo. Non avrebbe mai coinvolto i suoi amici, ma ora loro erano lì con lui e a cosa sarebbe successo ci avrebbe pensato dopo.
    Aberforth lo scrutò intensamente. “Se ti fidi di lui, sei pazzo quanto lui.  Ed è uno dei motivi per cui ho lasciato l’Ordine” sentenziò.
    “Non sembrerebbe, dato che sa tutto di ciò che sta facendo” rispose Harry a denti stretti. “La prego, signor Aberforth. Probabilmente ci sono stati dei diverbi fra lei e suo fratello, ma ciò che stiamo facendo è importante sia per lei che per il futuro della magia. Lei sa cosa ha fatto Silente per il bene del mondo magico…se non lo fa per lui, lo faccia per…lo faccia per Ariana”.
    Aberforth strabuzzò gli occhi. “Ariana?”
    Harry sentì una morsa allo stomaco, ma parlò ugualmente: “Lo so che lei da’ la colpa a il professor Silente per ciò che le è accaduto.”
    Aberforth scosse la testa, con un ghigno sul volto. “Non so cosa ti sei inventato, Potter, ma Ariana sta benissimo. È appena fuori la porta, e basta spalancarla per vedere che lei è fuori a origliare la nostra conversazione”.
    La porta dietro di loro si aprì e fece capolino una mano, poi un braccio, e infine una figura intera.  Harry sentì come se una scheggia di ghiaccio gli stesse trafiggendo il cuore: quella che vedeva era proprio Ariana…e accanto a lei c’era Richard.
    Il ragazzo fece il suo ingresso nella stanza a piccoli passi, e Ariana lo seguì.
    Harry la fissò intensamente, e la mascella inferiore gli cadde lasciandolo a bocca aperta: questo non se lo aspettava. Ariana doveva essere morta…com’era possibile che fosse viva, e apparentemente in salute? Non era più giovane, ma come tutti i figli Silente non portava il peso dell’età, e la luce che le brillava negli occhi era così radiosa che Harry non pensò neanche per un momento che potesse essere la stessa del libro di Rita Skeeter.
    Ariana si accorse delle sue attenzioni verso di lei e scoppiò a ridere raggiante.
    “ Credo che Richard abbia rivalutato l’idea di poter venire con te” informò, rivolta a Harry.
    “Ora devo andare, e vi lascio questo giovane uomo in custodia. Ho da fare al bancone” e detto questo chiuse la porta e se ne andò.
    Harry rimase a fissare il punto dove Ariana era sparita. La sorella di Silente, da quello che ricordava, aveva avuto un trauma a  sei anni, perché dei babbani le avevano visto fare magie….e da allora non si era più ripresa, finché non era morta.
    Tutti i suoi punti di riferimento erano saltati via. Se Ariana stava bene, e apparentemente sapeva gestire una locanda, voleva dire che Silente non aveva mai conosciuto Grindelwald, non aveva mai commesso atti di superbia, e forse la stessa Ariana era stata in grado di  frequentare Hogwarts. Ma se era così, perché Aberforth e Silente si odiavano?
    “Credo che tu abbia preso un abbaglio” rise cupo Aberforth.
    “Sì…io… Non capisco” mormorò appena Harry, incredulo.
    “Non c’è niente da capire. I motivi per cui io e Silente abbiamo discusso non hanno nulla a che fare con nostra sorella…solo divergenze di carattere, e il suo arrivismo innato” borbottò Aberforth.
    “Desiderava comandare l’Ordine per arrivare al ‘bene supremo’ puah. Come al solito. Un uomo pieno di sogni e di ambizioni. Ma ad ogni modo non importa”.
    Harry sollevò lo sguardo su Richard. Fin dal primo momento che aveva messo piede dentro la stanza, era stato immobile come il tavolo accanto a sé, scrutandoli in silenzio.
    “No, infatti non importa. Signor Silente, ora dobbiamo davvero andare” dichiarò Harry, fermo.
    Aberforth si alzò lentamente, fra lo stanco e il rassegnato. “Beh, ad ogni modo, non potete andarvene senza alcuni oggetti che avete lasciato qui durante la vostra veloce fuga” e tirò fuori dalla tasca il ciondolo, mettendolo nelle mani di Harry. Poi dalle tasche tirò fuori uno specchio e dal comodino vicino alla brandina prese una delle medicine come quelle nella borsa di Hermione.
    “Vi serviranno tutti e tre” fece poi. “E, per quanto detesti dirlo, quando avrete necessità…questo specchiò vi permetterà di mettervi in contatto con me e Ariana”.
    Harry fissò l’oggetto, mentre si avvicinava al tavolo. Era quasi emozionato dalla bontà di Aberforth e lo guardò con il cuore che batteva forte. Tutto sommato, capiva la loro iniziativa, e quanto fosse importante, nonostante stesse sulla difensiva perché pensava che l’avesse organizzata il fratello. Harry ancora non capiva il motivo per cui avessero litigato, ma decise che non gli importava davvero e afferrò lo specchio con decisione, abbracciando così la disponibilità di Aberforth.
    Poi spostò lo sguardo su Aberforth, mentre Richard prendeva la medicina.
    “Grazie, signor Aberforth” salutò Harry.
    “Gambe in spalla, ragazzo. E stai attento a non cacciarti nei guai” rispose l’altro.
    Harry si rivolse a Richard. “Andiamo”.

    Anonymous ha risposto 7 anni, 10 mesi fa 0 Mago · 0 Risposte
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