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  • L’Erede (2a storia della saga Cicatrice)- parte 6

    Posted by Anonymous on Aprile 5, 2016 at 12:13 pm

    Capitolo 11

    LA SCELTA DI HARRY

    Toc Toc.
    La fenice beccò alla finestra del professor Silente. Harry sperava tanto che il preside fosse nel suo ufficio, perché giaceva a mezz'aria con Ron e Neville e Ginny a penzoloni sotto di lui.
    Si chiese se, nella possibilità che il professore non ci fosse, Fanny li avrebbe lasciati cadere nella nebbia che adornava il castello.
    Con suo grande sollievo, Silente era tornato e aprì loro la finestra, facendoli entrare.
    “Che piacevole sorpresa” li accolse, mentre i quattro ragazzi cadevano davanti alla sua scrivania e Fanny la fenice si appollaiava sul suo trespolo.
    Harry si guardò i vestiti, rendendosi conto solo allora di quanto fosse malridotto, ma il professore sembrò non farci più di tanto caso.
    “Immagino che abbiate passato una nottata movimentata” commentò, quasi divertito, chiudendo di scatto la finestra da cui entrava tutto il freddo del primo mattino.
    “Sì signore” risposero in coro i quattro ragazzini.
    Silente guardò i visi di ognuno di loro, provati e stanchi, per poi fermarsi su quello di Ginny.
    “Ritengo che un buon riposo colmi molte ferite, signorina Weasley. Harry, per favore, dalle il Mantello” gli ordinò il professore, anche se nel suo modo gentile .
    Harry rimase di stucco; come sapeva lui del Mantello dell'invisibilità? Pensava che fosse abbastanza segreto…in fondo, ne erano a conoscenza soltanto i suoi amici d' infanzia e Hermione, Neville e ora Ron…nulla che avesse a che fare con i professori della scuola.
    Silente rimase in attesa, e fu solo quando Harry tornò con la testa sulla terra che passò alla compagna il mantello con mano tremante.
    “Grazie” gli disse Ginny.
    “E ora, a letto. Domani mattina ti riconvocherò per sapere meglio i dettagli di tutta la faccenda” le sorrise Silente.
    Harry, come Ron e Neville, stava per seguirla, ma Silente li trattenne.
    “Signori” riferì, “ritengo che ascoltare prima il vostro punto di vista sia molto più interessante. Signor Paciock, il diario, prego”.
    Neville avanzò e pose il piccolo libro, bucato al centro e contornato di sangue secco, sulla scrivania del preside.
    “Molto bene” commentò Silente.
    “Signore, come sa del…” approfittò Harry, ma fu interrotto di nuovo dal preside.
    “Ogni cosa a suo tempo. Dopotutto, sono amico dei tuoi genitori da anni”.
    Harry capì di non dover chiedere oltre.
    Neville prese poi a raccontare tutto ciò che era capitato loro in ogni dettaglio.
    Gli occhi di Silente brillarono, notò Harry, in modo assai strano, come se avesse già sentito quelle parole, avesse già vissuto quelle situazioni…esattamente come lui.
    Ma forse era solo un'impressione, e lui non aveva tempo per delle semplici impressioni.
    Rimase comunque a fissarlo fino alla fine della storia, chiedendosi se la sua fosse immedesimazione o orgoglio riguardo ai propri studenti.
    Alla fine del racconto, il sole era sorto quasi completamente. Harry sentiva le palpebre pesanti, nonostante i ricordi freschi dell'accaduto l'avessero tenuto ben sveglio.
    Silente, che si era accomodato sulla sedia della scrivania, non dava invece segno di stanchezza.
    Guardò tutti e tre, e quando i suoi occhi incrociarono quelli di Harry, il ragazzo si sentì esaminato fino all'osso.
    Distolse lo sguardo, così fece Silente. In quel momento, solo con gli occhi, il preside gli aveva comunicato che avrebbe voluto che rimanesse quando Ron e Neville avrebbero fatto ritorno al dormitorio.
    E Harry aveva accettato nella stessa maniera.
    “Beh, immagino che sappiate che avete infranto quasi tutte le regole della scuola” comunicò loro intensamente il professore.
    Harry sapeva che era più una constatazione che un rimprovero, tuttavia, sentì di aver commesso un grave errore; e scoprì che non era l'unico a pensarla così.
    “Sì signore” risposero all'unisono i tre compagni, le teste basse.
    Silente si sporse su di loro.
    “Tuttavia, ritengo che, per quello che avete fatto, vi meritiate un Encomio Speciale per i Servizi resi a Hogwarts a testa” sussurrò, come se si trattasse di segretezza, e fece loro l'occhiolino.
    Ron sollevò lo sguardo sui suoi due amici, e tutti e tre sorrisero nello stesso momento. Non sarebbero stati puniti!
    “Ora, signor Weasley” lo chiamò Silente, e Harry vide Ron tornare tutto d'un pezzo, mentre Silente gli dava una pacca sulla spalla e gli rendeva una pergamena, “vorrei che portassi questa in Guferia. Credo che rivogliamo tutti il nostro guardiacaccia, no?”
    Ron annuì, e fece per uscire dalla stanza. Ma non arrivò a posare la mano sul pomello che la porta si spalancò e il povero compagno finì quasi appiattito contro la parete.
    L'intruso maleducato entrò con aria tronfia, e Harry si ricordò subito chi era, perché era uguale a suo figlio: Lucius Malfoy.
    Era seguito da un elfo domestico, e Harry non esitò a riconoscerlo: era Dobby, che era entrato in casa di Neville per avvertirlo quell'estate e, dopo quello che avevano passato, il ragazzo sapeva finalmente perché.
    Anche Neville lo notò dietro Malfoy, e i suoi occhi si spalancarono dalla sorpresa.
    “Dobby!” esclamò. “Ecco chi sono i tuoi padroni! I Malfoy!”
    Lucius Malfoy si voltò verso il suo servo, scoccandogli un'occhiata severa, mentre quello cercava di nascondersi dietro le grandi mani.
    “Con te faremo i conti dopo” gli bisbigliò minaccioso, facendo sobbalzare la povera creatura.
    Poi il signor Malfoy si rivolse a Silente, l'espressione quasi infastidita, o indignata, Harry non sapeva bene quale delle due.
    “Vedo che è tornato” disse, viscido.
    Silente lo guardò, sornione, gli occhi fieri oltre le lenti a mezzaluna.
    “Hanno ritenuto necessario richiamarmi, dati gli ultimi terribili eventi”.
    Malfoy chinò leggermente il capo; cercava di nascondere il suo fastidio, ma a Harry arrivò lo stesso.
    “Dati gli ultimi eventi” si limitò a ripetere Malfoy.
    “Esattamente” rispose risoluto Silente, ” e mi è anche giunta voce che lei ha minacciato tutto il Consiglio di far del male ai loro figli se non avessero firmato la mia petizione di sospensione”.
    Lucius Malfoy era talmente pallido che non arrossì, ma delle leggere chiazze rosate comparirono sulle guance.
    “Io ho sempre agito per il bene di questa scuola” si difese, gelido.
    “Lo comprendo perfettamente” sorrise Silente.
    “Beh, hanno trovato il colpevole degli attentati, comunque?” chiese Malfoy, dopo un momento d'imbarazzo.
    Silente gli rivolse uno sguardo soddisfatto e serio al tempo stesso.
    “Oh sì. Lord Voldemort. Ma stavolta, non ha agito direttamente. Ha ritenuto necessario usare questo, per influenzare le giovani menti di questa scuola” e gli mise davanti il diario.
    Ora Malfoy non poteva più nascondere neanche la furia.
    “Grazie a dei ragazzi coraggiosi, comunque, la situazione si è risolta” aggiunse Silente, e si rivolse soprattutto a Neville.
    Malfoy si girò proprio verso quest'ultimo. “Beh, immagino che Paciock ci sarà sempre per risolvere…la situazione” commentò, sempre freddamente.
    Neville sostenne il suo sguardo. “Fino alla fine”.
    Lucius Malfoy si sistemò il mantello e, senza commentare, uscì dall'ufficio.
    Con un cenno del capo di Silente, Ron lo seguì poco dopo.
    Neville, invece, guardava insistentemente il diario. “Signore, non è che potrei averlo per un momento?” chiese.
    Silente sorrise. “Ma certo” rispose “però poi voglio fare due chiacchiere anche con te, da solo”.
    Neville annuì. “Farò in un attimo” e, afferrato il diario, sparì oltre la porta.
    Harry si ritrovò da solo con Silente; non sapeva perché, ma gli tremavano le gambe.
    “Siediti, Harry” lo invitò Silente.
    Harry prese posto senza fiatare.
    Il professore si sporse verso di lui, incrociando le dita davanti al viso, gli occhi fissi su Harry.
    Seguì il silenzio, aspettando che qualcuno dei due cominciasse a parlare.
    Harry aveva paura di prendere parola; a dirla tutta, ne aveva già molta a stare lì.
    “Bene, Harry” cominciò il preside affabile, con quel suo tono calmo, “dovrebbe esserci qualcosa che devi dirmi”.
    Harry rimase lì, impalato a fissare il professore. Sì, ci sarebbe stato qualcosa che doveva dirgli.
    Il cuore batteva forte; non si sentiva pronto a rivelare a qualcun altro tutti i suoi sogni e le sue visioni. Sì, l'aveva fatto con Neville e Hermione, d'accordo, ma era diverso! A loro serviva sapere quello che lui vedeva. C'entrava Voldemort.
    Invece, adesso, non c'era motivo di parlarne….o forse sì?
    “Harry, secondo te perché ti volevo incontrare, durante l'anno?” chiese Silente, sempre calmo.
    Nonostante non sembrasse un rimprovero – e forse non lo era- Harry si sentì di nuovo colpevole.
    Harry guardò Silente allungo, ragionando sul da farsi. Doveva dirglielo? Poteva fidarsi di lui?
    Ricordò improvvisamente il foglietto dell'anno precedente, e i suoi occhi, poco prima, brillare mentre Neville parlava, come se sapesse già tutto. A quel pensiero, si sentì stranamente più al sicuro.
    “D'accordo” si arrese “racconterò tutto. Dall'inizio, fino alla fine”.
    Silente gli regalò un grande sorriso. “Non vedo l'ora di ascoltare ciò che hai da dire”.
    Iniziare fu difficile, ma poi sembrò che gli eventi si susseguissero da soli.
    Vedeva delle immagini, e lui parlava, rivivendo le stesse emozioni di quando aveva sognato le prime volte a quando Neville e Hermione erano stati informati su tutto.
    Inoltre, Silente non sembrò stupirsi quando Harry gli confessò che sia lui che Neville avevano avuto le stesse visioni, e che per qualche ragione quelle di Neville si erano fermate.
    Non mancò di dire neanche le impressioni di Hermione sull'intera faccenda, con cui Silente sembrò essere d'accordo.
    Poi il preside lo fissò con i suoi occhi brillanti dietro le lenti a mezzaluna, senza dire una parola, per quelli che sembrarono minuti.
    Il ragazzo sentiva che stava per fargli una richiesta, che avrebbe forse cambiato per sempre la sua intera esistenza.
    Ma Silente non sembrò avere fretta, e si limitò a studiarlo ancora una volta, come se si aspettasse dall'altro una qualche reazione; anche Harry non riusciva a fare nient'altro che fissarlo, attendendo che il professore facesse il primo passo.
    Poi il preside poggiò la testa sulle mani incrociate, dando a Harry l'impressione che pregasse, o che fosse immerso in qualche oscuro ragionamento.
    Harry però sentiva che doveva attendere, perché se Silente ci metteva così tanto a dirgli le sue intenzioni, una ragione c'era.
    Il professore poi tornò di nuovo su di lui.
    “Harry, sai che questo è un dono, vero?” chiese lentamente, la voce quasi ridotta a un sospiro.
    “Sì, signore” rispose Harry, sentendosi improvvisamente a disagio.
    “Non è un caso che l'abbia proprio tu. Ma quello che mi chiedo, Harry, è sei sarai pronto per sapere la risposta. Il motivo è molto più profondo e oscuro di quanto tu possa solo immaginare. Sarai abbastanza forte, Harry?” chiese Silente, ed era piuttosto serio; inoltre, sembrava non voler staccare il contatto che s'era creato fra gli occhi suoi e di Harry.
    Questo si sentì improvvisamente ribollire in tutto il corpo, come se si fosse immerso in una vasca d'acqua calda. L'eccitazione prese possesso di lui, la voglia di sapere, di conoscere, che gli faceva venire al tempo stesso i brividi lungo la spina dorsale.
    Non sapeva se sarebbe stato mai pronto, ma voleva conoscere anche la verità, quella verità cui, ogni volta che gli si avvicinava, cercava di non pensare.
    Perché era troppo pesante da sopportare, intensa e piena come un'altra vita.
    Insisté nello sguardo del professor Silente, cercando di decidersi.
    “Io…credo di esserlo…sì, ne sono sicuro”.
    E lo era davvero, nonostante tutti i pericoli in cui sarebbe incorso per scoprirla.
    Silente fece un sorriso affabile.
    “Sono contento che tu abbia scelto questa via, Harry” commentò, rilassandosi sullo schienale, “perché la verità è molto più importante di ogni bugia. Ti manderò un gufo per i dettagli”.
    Harry capì che il colloquio si era concluso, e si alzò dalla sedia per dirigersi alla porta dell'ufficio.
    Poi si voltò di nuovo verso il preside. “E' necessario che le chiami Neville, signore?”
    “No” rispose Silente, “suppongo che sappia lui quando venire”.
    ” Dirà anche a lui quello che ci siamo detti?” chiese Harry, e sentì che la sua voce era salita di un'ottava.
    “Non una parola” rispose Silente.
    Harry si diresse così verso il dormitorio, pieno di pensieri.
    Si chiedeva se accettare fosse stata la cosa giusta.
    Aveva allo stesso tempo la sensazione che se non l'avesse fatto, non avrebbe mai saputo il vero motivo delle sue strane visioni, e le uniche risposte erano nel professor Silente.
    “Gatta stregata” disse monotono alla Signora Grassa.
    “Non c'è bisogno di essere tristi, caro! Stasera c'è una grande festa!” cercò di sollevarlo di morale lei, prima di lasciargli libero il passaggio.
    Harry passò attraverso il buco del ritratto, curandosi poco di quello che aveva detto la Signora Grassa.
    Tutto ciò di cui aveva bisogno in quel momento era stare solo.
    Appena mise piede nella sala comune, però, fu sommerso da qualcuno, che scoprì poi essere Frank.
    “Harry!” esclamò, preoccupato. “Dov'eri? Che cosa è successo? Stamattina non eri nel tuo dormitorio, e poco fa ho visto tornare la Weasley con il tuo Mantello dell'invisibilità! E' rientrato adesso anche suo fratello! Perché sei sporco di sangue?” parlava concitato, controllandolo dappertutto per vedere se aveva qualcosa di rotto.
    “Sto bene” lo rassicurò Harry, con ancora quel tono monotono.
    Dalle preoccupazioni di Frank ne dedusse che evidentemente la piccola avventura nella Camera dei Segreti non si era ancora diffusa fra gli studenti, ma ci avrebbe messo poco a farlo, se qualcuno di loro quattro ne avesse fatto solo cenno. O anche se non ne avessero parlato loro, la faccenda sarebbe venuta fuori comunque.
    “Stasera c'è una festa in Sala Grande, Harry, per le persone che si sono risvegliate…tu ci verrai, no?” chiese Frank, incerto.
    “Io…sì, penso di sì” rispose Harry, stancamente. “Scusa Frank, ma ho bisogno di riposare, io…ci vediamo dopo”.
    “Oh…d'accordo” fece deluso l'amico, che evidentemente sperava di fare quattro chiacchiere con lui.
    Ma Harry aveva assolutamente bisogno di dormire; quella sera la storia della Camera dei Segreti sarebbe venuta a galla, forse lo stava già facendo in quel momento. Voleva godersi un buon riposo prima di passare un'altra notte in bianco a ripetere infinite volte il modo in cui era morto il Basilisco.

    Quella sera, Harry si unì a Frank, John e Richard per scendere in Sala Grande. Avrebbe voluto anche Ron e Neville con loro, ma non vedendoli pensò che fossero già scesi alla festa.
    La storia, come Harry aveva previsto, aveva preso piede in tutta la scuola, proprio mentre lui si riposava; qualcuno aveva saputo della notizia e non aveva mancato di diffonderla.
    Per questo Frank, John e Richard lo guardarono ammirato lungo le scale di marmo, senza però chiedergli nulla, per fortuna; forse pensavano che avrebbero potuto sentire l'avventura da qualcun altro, o forse che chiederglielo dimostrasse poca mancanza di tatto.
    Non appena misero piede nella Sala Grande, Harry notò come i tavoli delle quattro case fossero stati spostati lungo il perimetro delle pareti di marmo, così come quello degli insegnanti, e su tutti erano stati depositati cibo e bevande a volontà. In fondo alla sala, proprio alla destra di Harry, era stato portato un tavolo tondo medio, dove erano stati messi dei giochi, tra cui scacchi e scatole di spara schiocco; il resto era tutto un grande spazio quadrato, e studenti e insegnanti chiacchieravano e giocavano in mezzo alla sala.
    Louise venne loro in contro e baciò Harry sulle guance, saltellando.
    “Harry! Ho saputo! Sei stato così coraggioso!” lo elogiò.
    Harry si limitò a sorriderle; nonostante il riposo lo avesse giovato, si sentiva ancora molto stanco.
    Poi lei lo prese per un braccio, e fece per trascinarlo verso uno dei tavoli con le vivande, ma non fece in tempo che qualcun altro lo assalì, gettandogli le braccia al collo: era Hermione, seguita da Neville.
    Louise mollò improvvisamente il braccio di Harry, il suo bel volto contorto in una smorfia dolorosa mentre si faceva da parte.
    Harry capì di sentirsi leggermente in imbarazzo, visto che sentiva le guance scottargli sempre più.
    Quando Hermione lo guardò, i suoi occhi comunicavano orgoglio.
    “Oh, Harry, non ci posso credere! Avete fatto tutto voi! Avete risolto il mistero! Sono così contenta!” squittì, rivolgendosi anche all'amico che l'aveva seguita.
    “Beh…ehm…senza il tuo aiuto non avrebbe scoperto proprio nulla, veramente…I tuoi indizi sono stati fondamentali” arrossì Harry. Sì, ora era sicuro di essere arrossito.
    Hermione mise una mano sulla spalla di Neville e guardò entrambi. “Beh, tutto quello che posso dire, è che sono fiera di voi. Avete lavorato come una vera squadra!”
    Poi fu chiamata da qualche compagno di Corvonero che Harry non conosceva, e sparì fra la folla dopo aver donato loro un ultimo sorriso.
    Frank, Louise, John e Richard rivolsero tutta la loro attenzione a Neville, per la prima volta veramente colpiti da ciò che aveva fatto.
    “Hai distrutto veramente tu il Basilisco?” chiese Richard, ammirato.
    Neville divenne immediatamente scarlatto.
    “Sì” rispose Harry per lui, contento che fosse stimato finalmente dai suoi amici. “Ha fatto tutto da solo”.
    Harry però sapeva che non era merito loro se avevano trovato la Camera dei Segreti, ma di quella persona che era poco distante da loro, la testa rosso fiamma che risaltava su tutte le altre.
    Senza pensare, acchiappò Ron e lo portò davanti al suo gruppo d'amici.
    “Senza il suo aiuto, però, non saremmo mai riusciti a sconfiggere il Basilisco. Se abbiamo trovato la Camera, è tutto merito suo: è lui che ci ha parlato di Mirtilla Malcontenta, e se non l'avesse fatto, probabilmente ora non saremmo qui” disse, esaltandolo.
    Ron era avvampato come suo solito intorno alle orecchie, e guardava Frank e gli altri, rigido.
    Frank sembrò riflettere allungo, come in attesa di esprimere un giudizio.
    Poi gli tese la mano, con cipiglio risoluto.
    “Mi sbagliavo su di te, Weasley” disse lui. “E' inutile continuare a essere rivali se non c'è motivo. Noi non siamo i nostri genitori, giusto? E se sei sopravvissuto nella Camera, sei degno di nota”.
    Ron sembrò sorprendersi di quelle parole. Lo guardò come se fosse completamente impazzito e poi, dopo un attimo di esitazione, gli strinse la mano.
    I due si sorrisero. “Ti va se provo a batterti a scacchi?” chiese amichevolmente Frank.
    Un'espressione furba si dipinse sul volto di Ron. “Non ce la farai mai”.
    Tutto il gruppo si spostò al tavolo lì accanto, dove erano stati depositati tutti i giochi.
    Harry però non li seguì subito; s'accorse che Neville era sparito.
    Spaziò lo sguardo fra gli studenti in sala, per poi notare che l'amico era coinvolto in una conversazione con Ginny Weasley, poco più in là.
    Sentì una fitta al cuore.
    “Harry, tu che fai vieni?” chiamò Louise, dal tavolo accanto.
    Harry scosse la testa e li raggiunse. Ci sarebbe stato tempo per i cattivi pensieri, ma non quella sera.

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