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  • Per tutta la vita mi apparterrai

    Posted by Anonymous on Aprile 13, 2017 at 10:23 am

    A Davide,
    l'unico vero uomo della mia vita.
    Ci apparterremo sempre <3
    Per tutta la vita mi apparterrai

    “Ahia!” il lamento fievole di Ron le fece subito allontanare le mani dalla fasciatura.
    Hermione era seduta al suo capezzale, boccetta di Dittamo alla mano, cercando di ricostruire la ferita del ragazzo giorno per giorno e di cambiargli la medicazione almeno una volta ogni dodici ore.
    Da quando l'Incanto Fidelius si era spezzato ed erano dovuti andare via da Grimmauld Place, le cose erano diventate molto più complicate: nei mesi precedenti la casa di Sirius era diventata la loro dimora sicura, quasi accogliente e familiare da quando Kreacher aveva seppellito l'ascia di guerra cominciando a comportarsi come il più cortese e educato degli Elfi Domestici.
    Hermione non approvava che si prodigasse così tanto, ma doveva ammettere che era stato confortante avere qualcuno che si occupasse di loro mentre pianificavano l'incursione al Ministero della Magia. Ora toccava a lei cercare di cucinare qualcosa di commestibile, ma si rendeva conto che né Ron né Harry apprezzavano le sue misere preparazioni.
    L'influenza del Medaglione di Serpeverde, che i tre ragazzi indossavano a turno, si faceva sentire in modo diverso per ognuno: Harry manifestava il suo disagio con attacchi di rabbia incontrollata; lei si chiudeva in un desolante mutismo, assalita da ricordi dolorosi, preoccupazioni angosciose e paure irrazionali; il più danneggiato, tuttavia, era Ron: quando portava il Medaglione subiva un immediato cambiamento d'umore, sentiva anche più dolore fisico e Hermione riusciva a vedere i pugni stretti, le labbra tirate, le rughe che gli si formavano sul viso pallido. Il suo braccio migliorava, ma molto lentamente; Hermione faceva del suo meglio e ringraziava ogni giorno il cielo per aver avuto l'accortezza di portare con sé il Dittamo, ma il suo meglio non era abbastanza: Ron continuava a soffrire, non dormiva, mangiava e parlava a malapena, sempre più emaciato e cereo.
    Lo guardò sconsolata: “Ancora un attimo, Ron, resisti” sussurrò.
    Appoggiandosi con la mano sinistra al suo petto nudo, cominciò ad avvolgere la garza intorno alla spalla del ragazzo: sentì il suo respiro farsi più affannoso e, d'istinto, cominciò ad accarezzargli il braccio sano cercando di infondergli un po' di coraggio. La sua espressione era concentrata e attenta: solo dopo aver sistemato bene la fasciatura, lasciò che il proprio sguardo si posasse e registrasse le braccia atletiche di Ron, lentigginose e con i muscoli appena accennati; quando si rese conto di essere a pochi centimetri da lui, e che lo stava accarezzando dolcemente, avvampò e si ritrasse.
    “Abbiamo finito” annunciò, riponendo la bottiglietta e buttando via la vecchia medicazione.
    Ron brontolò debolmente in risposta.
    Lei si avvicinò nuovamente per guardarlo negli occhi: “Ti sei sforzato tanto, Ron. Dormi” gli suggerì guardando con tenerezza le sue palpebre che si stavano già chiudendo.
    Si stava per alzare, quando la mano del ragazzo afferrò la sua.
    “Hermione” mugolò Ron, già quasi assopito.
    “Sì?” replicò lei.
    “Grazie” sussurrò lui di rimando.
    Hermione rimase a fissarlo, leggermente imbambolata, finché sentì la sua stretta allentarsi e capì che si era addormentato.
    Proprio in quel momento, entrò Harry, togliendosi il Mantello dell'Invisibilità e pronto ad aprire la bocca, probabilmente per lamentarsi del scarso successo che aveva avuto nella foresta in cerca di provviste.
    Hermione gli fece subito cenno di fare silenzio, indicando Ron, e i due ragazzi si trasferirono nella piccola cucina fiocamente illuminata.
    “Ciao, Harry. Si è addormentato poco fa” bisbigliò.
    “Come sta?” chiese lui, leggermente spazientito. Hermione esitò qualche momento a rispondere.
    “È debole… L'influenza del Medaglione non aiuta” rispose mesta, mostrando a Harry la catena che portava al collo, sfilata a Ron prima di medicarlo.
    Ci fu qualche momento di silenzio, poi Harry prese un respiro profondo e cambiò discorso: “Non ho avuto molta fortuna nella foresta” esordì. “Ho trovato solo qualche fungo commestibile grazie al manuale che mi hai prestato e delle castagne, ma vanno pulite” terminò sconfitto, spostando lo sguardo contrariato sul pavimento.
    “Cercherò di tirarci fuori qualcosa” replicò lei con l'accenno di un sorriso. “Adesso vai a riposare anche tu, ti sentirai infreddolito” ordinò.
    Harry le lanciò un'occhiata indagatrice, come a chiederle se avesse bisogno di compagnia, e bastò un cenno di diniego della ragazza per farlo desistere: non c'era mai stato bisogno di parlare troppo, tra di loro c'era quella muta complicità che solo un'amicizia salda e durevole può garantire.
    Il ragazzo uscì dalla cucina e Hermione lo vide dirigersi verso il bagno, magari per tentare di lavarsi, anche se ovviamente non avevano acqua calda.
    La ragazza andò verso il salotto, scoccando una fugace occhiata a Ron che giaceva supino, con le labbra leggermente aperte. In quel momento come non mai, si sentiva responsabile per entrambi i suoi migliori amici: Harry aveva addosso una pressione psicologica incredibile e Ron era ferito. Lei era l'unica che potesse prendersi cura di loro e le sembrava di fallire ulteriormente ogni giorno, vedendo i due ragazzi sempre più tristi e deperiti.
    Frugò nella borsetta e tirò fuori il suo taccuino di cuoio: da quando erano fuggiti dal matrimonio di Bill e Fleur, Harry e Ron erano stati quasi rinfrancati dal non dover più sapere che giorno fosse. Ma lei teneva conto di ogni gelida alba e ogni sconfortante tramonto: non voleva distaccarsi dalla realtà e da quello che la circondava, la sua mente doveva rimanere vigile, non poteva permettere di abbandonarsi a uno stato di inconsapevolezza.
    Secondo i calcoli presumibilmente esatti della ragazza, quella era la sera del diciotto settembre millenovecentonovantasette. Con enorme sorpresa, realizzò che il giorno successivo avrebbe compiuto diciotto anni. Essendo cresciuta in una famiglia Babbana, aveva sempre aspettato quel giorno: quando aveva compiuto diciassette anni ed era diventata maggiorenne nel mondo dei maghi, era stato bello perdere la Traccia e poter fare magie fuori da Hogwarts… ma diventare maggiorenne nel suo mondo per lei era estremamente importante. Si sentì pizzicare gli occhi al pensiero che era l'unica a ricordarsi di quell'evento: Harry e Ron non sapevano nemmeno che mese fosse, figuriamoci il giorno, e i suoi genitori erano lontani migliaia di chilometri, ignari della sua esistenza.
    Hermione chiuse con forza il taccuino, reprimendosi per non scoppiare in un pianto disperato.
    Per un momento pensò di togliere il Medaglione, che aggiungeva al suo cuore un sostanzioso peso rispetto a quello che doveva già portare, ma abbandonò l'idea, si trascinò in cucina e cominciò a lavare le provviste raccolte da Harry. Dovette scartare alcuni funghi – Harry non aveva osservato il manuale con abbastanza attenzione – e togliere alcuni vermi dalle castagne, ma giudicò il tutto commestibile. Tirò fuori due pentole e si mise a cucinare col misero fornelletto da campeggio: non aveva alcun tipo di condimento, quindi si limitò a bollire gli ingredienti a fuoco basso finché non le sembrarono cotti. Controllando il fuoco che scoppiettava affannoso, pensò che doveva cercare di rendere quella serata almeno decente. Prima che la guerra la portasse lontano, la maggiore età era un traguardo che sognava di festeggiare in serenità e così avrebbe fatto.
    Quando si ritenne mediamente soddisfatta del suo operato come cuoca, andò a svegliare con delicatezza i suoi amici: entrambi avevano dormito più di un paio d'ore e lei pensò che per il momento fosse abbastanza.
    Si sedettero al tavolo rotondo del salotto davanti ai loro piatti e cominciarono a mangiare in silenzio. I funghi erano gommosi e insapori, Harry e Ron li ingurgitavano con piccoli sorrisi di incoraggiamento – probabilmente per evitare di masticarli – e Hermione era furente con se stessa. Dovevano uccidere Voldemort e lei non sapeva nemmeno cuocere un paio di schifosi funghi. Nuovamente le lacrime minacciarono di sgorgarle dagli occhi e le ricacciò indietro con grande fatica.
    “Hermione, dammi il Medaglione” la voce ferma di Harry la riscosse dal suo stato di disperazione. Lo guardò meravigliata: aveva la mano tesa e uno sguardo che non ammetteva repliche.
    “Ma no, Harry, tranquillo, io…” farfugliò.
    “Dammelo” ripeté lui, deciso.
    Hermione sospirò e si sfilò l'oggetto, sentendosi immediatamente più leggera. L'idea di “passare” quella zavorra a Harry la faceva sentire male, ma di colpo la situazione non le sembrò più così tragica e decise di cercare di ribaltare le sorti di quella serata. Sparecchiando, chiese a Ron: “Qualche settimana fa hai detto che non conoscevi Cenerentola. Ti va di sentire la sua storia?”
    “Quella che si chiama come una malattia?” scherzò Ron. “Volentieri! E poi io posso raccontarvi della Fonte della Buona Sorte o dello Stregone dal Cuore Peloso” concluse compiaciuto.
    “Le ho già lette sul libro che mi ha lasciato Silente” replicò Hermione, un po' più puntigliosa di quanto volesse. Si affrettò ad aggiungere con un sorriso: “Però Harry no, quindi possiamo raccontarle a lui”.
    Fecero sdraiare Ron e si misero con due sedie davanti alla sua brandina.
    “C'era una volta” cominciò Hermione “una bambina orfana di madre che viveva con il padre: era la luce dei suoi occhi e conducevano una vita agiata, ma l'uomo era preoccupato per l'assenza di una figura materna, così si risposò con una donna malvagia che aveva due figlie da un precedente matrimonio, viziate e sgarbate. Poco dopo i suoi sedici anni, la ragazza perse anche il padre e fu relegata in casa dalla matrigna, costretta a fare da serva nella sua stessa dimora. Non la lasciavano nemmeno dormire in un letto, così la povera fanciulla si faceva un giaciglio davanti al caminetto e ogni mattina si svegliava coperta di cenere, tanto che le sorellastre cominciarono a chiamarla Cenerentola.”
    Ron sgranò gli occhi. “Ma che stronze!” esclamò indignato, facendo ridere Harry e guadagnandosi un'occhiataccia da Hermione, che notoriamente non amava essere interrotta.
    “Una mattina, un messo del Re portò una notizia nella casa di Cenerentola: per scegliere la sposa del Principe, si sarebbe tenuto un ballo a palazzo e tutte le ragazze in età da marito erano invitate a partecipare. Le sorellastre e la matrigna gioirono immediatamente alla buona novella, esaltate all'idea di prendere parte a un ballo a corte, e si precipitarono dalla sarta migliore del Regno per farsi confezionare dei magnifici abiti. In quanto a Cenerentola, aveva un vecchio vestito appartenuto alla madre, ma lo trovava stupendo, ed era emozionata all'idea di poter vedere un po' di volti nuovi e magari conoscere persone che non l'avrebbero trattata come uno zerbino. Il giorno del ballo, tuttavia, la matrigna le negò il permesso di andare con loro. Cenerentola sbrigò tutti i lavori di casa, si diede da fare per dimostrare di meritare un'occasione, ma quando si presentò alla porta, bella com'era, scatenò l'invidia delle sorellastre che con ferocia fecero a pezzi il suo vestito. Le tre megere salirono sulle carrozza alla volta del palazzo e lasciarono a casa Cenerentola, sola e disperata.”
    “Non può essere!” urlò angosciato Ron. “Ma che razza di favola è? Finisce malissimo!”
    Hermione gli scoccò un dardo infuocato con lo sguardo, mentre Harry, ridacchiando, spiegava a Ron che quella non era la fine e che avrebbe fatto meglio a tacere se non voleva beccarsi uno Schiantesimo.
    Hermione si schiarì la voce, seccata, e Ron alzò le mani in segno di resa. “Continua” la invitò, nel tono più innocente che riuscì a trovare.
    “A un certo punto, mentre piangeva per la sua sfortunata sorte, Cenerentola vide apparire una donna. All'inizio si spaventò molto, poi scoprì che la figura dinanzi a lei, munita di bacchetta magica, non era altro che la sua Fata Madrina, mandata per proteggerla e aiutarla”.
    Ron voleva esprimere la meraviglia per il fatto di ritrovare la magia e le bacchette magiche anche in una storia Babbana, ma appena aprì la bocca Hermione lo fulminò e lui ingoiò quelle parole, cercando di ricordarsi di chiedere spiegazioni successivamente.
    “La Fata Madrina procurò a Cenerentola una carrozza, dei cavalli, un valletto e soprattutto un meraviglioso abito color cielo. La cosa più straordinaria che le donò, tuttavia, furono un paio di scarpette di puro cristallo.”
    “Ma non era scomoda? Le scarpette non si rompevano sotto il suo peso?” questa volta Ron non riuscì proprio a tenere per sè le sue considerazioni. Hermione ribatté, piccata: “E togliersi il cuore per metterlo in una teca e scoprire dopo anni che è diventato peloso è verosimile, giusto?”.
    Harry fece per chiedere spiegazioni e Hermione lo liquidò con un cenno della mano: “È la trama della storia che ci voleva raccontare Ron” spiegò velocemente, non distogliendo nemmeno per un attimo lo sguardo da lui, che, dopo un'accurata ponderazione, evitò di replicare per non irritare Hermione ulteriormente.
    “Dai, Hermione, continua” la incoraggiò Harry.
    Dopo una lunga pausa, la ragazza riprese la narrazione: “La Fata Madrina avvertì Cenerentola che a mezzanotte ogni cosa sarebbe tornata come prima e la invitò a controllare il tempo che passava. Cenerentola, grata, la abbracciò e si recò al ballo dove il Principe, appena la vide, si innamorò perdutamente di lei: danzarono insieme per ore e Cenerentola sentì crescere nel suo cuore un sentimento nuovo, ma all'improvviso le campane cominciarono a rintoccare e la ragazza dovette fuggire”.
    Hermione fece una piccola pausa e osservò le mani di Ron contratte per l'ansia, senza poter fare a meno di reprimere un moto di tenerezza nei suoi confronti.
    “Sulla grande scalinata del Palazzo Reale, perse una scarpetta, ma non aveva tempo di recuperarla, quindi salì sulla carrozza e partì di corsa, riuscendo a tornare a casa giusto poco prima della matrigna e delle sorellastre. Erano tutte e tre molto infelici e invidiose della ragazza che aveva rapito il cuore del Principe e Cenerentola capì dai loro discorsi che tutti i servitori reali si erano mobilitati in modo da visitare ogni fanciulla del regno e provare a ognuna la scarpetta di cristallo. La ragazza a cui fosse calzata a pennello, sarebbe diventata la sposa del Principe. Nei giorni successivi, Cenerentola era molto più allegra: canticchiava spensierata, certa che presto la sua vita con la matrigna e le sorellastre sarebbe finita e che avrebbe potuto vivere a palazzo insieme al Principe che tanto amava. Il suo cambio di atteggiamento, però, fu notato dalla matrigna che, nutrendo qualche sospetto, la rinchiuse a chiave in una stanza prima che arrivassero i servitori del Re. Le due sorellastre provarono entrambe la scarpetta, ma non calzò a nessuna delle due: avevano i piedi troppo grandi e sproporzionati. Cenerentola riuscì a raggiungere il salotto grazie all'aiuto della Fata Madrina e fu stabilito di provare la scarpetta anche a lei. La matrigna, che a quel punto fu certa dell'identità della fanciulla, mandò in frantumi la calzatura scaraventandola a terra.”
    Harry dovette tappare fisicamente la bocca a Ron per impedirgli di protestare a gran voce contro quel sopruso e Hermione continuò: “Ma Cenerentola tirò fuori l'altra scarpetta, quella che aveva conservato, e quando l'Arciduca gliela provò, calzò alla perfezione. La fanciulla fu condotta a palazzo, dove poté rivedere finalmente il Principe. I due si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.”
    Hermione sorrise per la fine di quella fiaba rassicurante. Il suo attimo di infantile beatitudine fu interrotto, immancabilmente, da Ron: “Ma scusa, non c'era la possibilità che Cenerentola avesse lo stesso numero di scarpe di… non so… altre migliaia di ragazze?” domandò, fintamente meditabondo.
    “È una favola, Ronald” replicò Hermione asciutta. A quel punto Harry si mise a ridere e stemperò la tensione, tanto che presto si ritrovarono tutti e tre a sghignazzare.
    “Bella, comunque” commentò Ron alla fine. “E ben raccontata” aggiunse, strappando a Hermione un piccolo sorriso.
    “Ruffiano” lo apostrofò lei.
    “Però sono riuscito a farti sorridere” ribatté lui, stringendosi nelle spalle.
    “Ragazzi, ascolterei volentieri la favola della Fontana della Fortuna” cominciò Harry.
    “Fonte della Buona Sorte” lo corresse subito Hermione.
    “Sì, quella lì. Però muoio di sonno, quindi rimandiamo a domani, eh?” propose.
    “Stanotte tengo io il Medaglione. Buonanotte.” concluse, ignorando le proteste di Hermione e ritirandosi nel suo giaciglio.
    Ron e Hermione rimasero soli, lui sdraiato e lei ancora leggermente sporta verso di lui.
    “Vado a fare un tè, tu ne vuoi?” domandò.
    “Sì, grazie” rispose Ron.
    In realtà Hermione voleva solo rimanere sola per qualche minuto, perché aveva realizzato che era passata la mezzanotte. Mentre scaldava l'acqua e metteva le bustine in infusione, pensò che dopotutto era stata una bella serata, ma non poté fermare qualche lacrima nel pensare ai suoi genitori, dai quali ogni anno riceveva gli auguri affettuosi un minuto dopo lo scoccare delle ventiquattro.
    Stava per prendere un vassoio per portare il tè a Ron, quando sentì un lento incespicare. Si voltò di colpo, con la mano già sulla bacchetta, quando vide Ron sulla soglia, il braccio malato penzolante e quello sano nascosto dietro la schiena.
    “Ron!” esclamò. “Non devi alzarti, sei in condizioni delicate, stavo giusto per venire a -” la ragazza si interruppe di colpo quando Ron portò davanti a sé anche il braccio sano, mostrandole un pacchetto avvolto in una lucente carta rossa.
    Per una volta nella vita, Hermione rimase senza parole.
    “Pensavi davvero che me ne dimenticassi?” domandò Ron, sorridendole.
    “Devo averti dato proprio una brutta impressione di me” scherzò, un po' corrucciato.
    “Ma come…?” Hermione, incredula, non riusciva ancora a spiccicare parola.
    “Quando eravamo a Grimmauld Place e uscivamo a turno per fare la spesa, un giorno mi sono fermato in un negozio e ti ho preso questo” rispose Ron, prevedendo con facilità i rimproveri che infatti non tardarono ad arrivare.
    “Hai corso un rischio enorme! Potevi essere visto!” sibilò Hermione.
    “Ho pensato che ne valesse la pena” commentò lui, stringendosi nelle spalle.
    Hermione fece per parlare, ma lui l'anticipò: “E no, non l'ho rubato. Ho lasciato qualche falce sul banco” concluse compiaciuto.
    “I Babbani usano le sterline” replicò Hermione con la voce un po' rotta, indecisa se sgridarlo, ridere, piangere o baciarlo. L'espressione soddisfatta di Ron si ammaccò un pochino.
    “Dai, aprilo” la invitò dolcemente, avvicinandosi e porgendole il dono.
    Lei scartò il pacchetto con mani un po' tremanti.
    “È un libro” sussurrò.
    “È una raccolta di poesie” precisò Ron. “Di un certo William Shakespeare, è molto famoso tra i Babbani, a quanto pare. Mi ha fatto pensare a te” concluse stringendosi nuovamente nelle spalle.
    Hermione fissò la copertina rossa, incapace di articolare anche solo un “grazie” per quel gesto che significava così tanto per lei. Aveva un indescrivibile groppo alla gola e dovette sedersi; Ron si sedette accanto a lei.
    “Ne leggiamo qualcuna?” propose. Lei annuì e aprì il volume a una pagina a caso.
    “Fai pure del tuo peggio per sottrarti a me,
    ma per tutta la vita mi apparterrai:
    vita che non durerà più a lungo del tuo amore,
    perché essa completamente da quell'amore dipende.” cominciò, con la voce che le tremava.
    Ron, comprendendo che era sull'orlo del pianto, continuò: “Non devo perciò temere il massimo dei mali,
    dal momento che il minimo di essi mi può causare la fine;
    esiste per me un più felice stato
    di questo continuo dipendere dai tuoi umori!” lesse, facendole l'occhiolino. C'era decisamente qualcosa di autobiografico in quei versi.
    Hermione riprese: “Tu non puoi torturarmi con la tua incostanza,
    ne va della mia vita col tuo disdegno.
    Oh, quale titolo alla felicità posseggo:
    pago di avere il tuo affetto, contento di dover morire!
    C'è cosa tanto bella che non tema macchia?”
    E Ron si unì a lei nell'ultima riga:
    “Tu potresti ingannarmi e io non saperlo.” lessero in coro e il suono di quelle ultime parole echeggiò nell'aria.
    “Grazie” sussurrò Hermione dopo una lunga pausa. “Non sai quanto sia importante per me” aggiunse, cercando i suoi occhi e perdendosi come sempre in quel mare cristallino che sapeva di casa.
    “Buon compleanno, Hermione” rispose lui. Si avvicinò pericolosamente a lei e le stampò un bacio sulla guancia, arrossendo. Anche lei si imporporò leggermente, sentendo il cuore che batteva forte e la necessità di sentire Ron ancora più vicino. Senza pensare, lo catturò in un abbraccio, appoggiando la testa sul suo petto e sentendo che anche il suo cuore stava battendo più veloce del normale; lui, dapprima impacciato, cominciò ad accarezzarle lentamente i capelli disordinati, poi si rilassò e la strinse a sua volta, con forza, incurante del braccio che gli doleva.
    Hermione inspirò a pieni polmoni prima di separarsi da lui: quel semplice atto richiese uno sforzo disumano, come se avesse dovuto staccarsi un braccio.
    Lo guardò dal basso, passando lentamente lo sguardo sui capelli fulvi che crescevano a vista d'occhio, sulle labbra piene, sulla spruzzata di efelidi delle sue gote e infine nuovamente sui suoi occhi grandi e dolci, così pieni di comprensione che guardarli era come ricevere un abbraccio. Non riuscì a dire nulla, pensava solamente a cose a cui non avrebbe dovuto pensare, non in quel momento; si limitò a continuare a guardarlo, mentre lui la fissava a sua volta, per un tempo che parve interminabile.
    Ron si riscosse per primo: il braccio cominciava a fargli molto male e Hermione se ne accorse dall'espressione sul suo volto. Lo accompagnò alla branda e lo fece stendere, con delicatezza e attenzione.
    “Grazie di tutto” ripeté, stringendogli la mano.
    “Non ho fatto niente di che” mugugnò lui.
    Lei si sporse e lo baciò sulla guancia.
    “Buonanotte, Ron” bisbigliò sorridendo.
    “Buonanotte, Hermione” rispose lui. In poco tempo crollò e Hermione, dopo averlo contemplato ancora per un po', si sistemò sul suo letto di fortuna, fissando il soffitto. Poco prima di addormentarsi, la ragazza sorrise impercettibilmente, sentendosi felice per la prima volta dopo tanto tempo;  dopotutto, aveva passato il suo compleanno con le due cose che amava di più al mondo: un libro e Ron.

    Non t’ama chi amor ti dice
    ma t’ama chi guarda e tace.

    Note dell'autrice:
    Ho sempre voluto descrivere questo Missing Moment, riguarda un momento molto importante della vita di Hermione e ho sempre immaginato che, in qualche modo, Ron le sia stato accanto.
    Mi è piaciuto tanto anche il ruolo che ho dato a Harry in questa storia, adoro l'amicizia che lo lega a Hermione e spero di essere riuscita a descriverla al meglio.
    La fiaba di Cenerentola è “adattata”, ho preso vari elementi dal libro, dal cartone e dal film e ne ho creata una versione un po' mia xD
    Per quanto riguarda Shakespeare, insomma, sfido tutti voi a dirmi che quel sonetto non era perfetto per i Romione. E la frase finale pure. Io adoro il caro vecchio William e sono felicissima di averlo potuto inserire in una mia storia.
    Ringrazio in anticipo chi leggerà e recensirà, ma anche tutti i lettori silenziosi. L'unica cosa che conta, per me, è riuscire a strapparvi un sorriso o, ancora meglio, un'emozione.
    Oltre a Davide, al quale è dedicata questa storia, vorrei ringraziare di cuore, come sempre, Vittoria e Fede, ma anche Elisabetta e Lorenzo, parti essenziali della mia vita.
    Ho parlato anche troppo, prometto che ci risentiremo presto e mando un abbraccio stritola-tutto a ognuno di voi. Grazie per il vostro affetto (totalmente ricambiato).
    Vostra,
    Herm

    Anonymous ha risposto 6 anni, 10 mesi fa 0 Mago · 0 Risposte
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