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  • Pheodai ***

    Posted by Anonymous on Agosto 8, 2012 at 6:27 pm
    Marica si è da poco trasferita in una nuova città. Da una vetrina una cornice argentata non chiede altro che di essere acquistata; quel semplice gesto cambierà la sua vita facendole scoprire un mondo invisibile ai suoi occhi.
    Questa storia è nata per caso e si è quasi scritta da sola. So che il finale è veloce, ma stavo finendo le parole a disposizione e mi sono fatta diciamo prendere dal panico; ho pensato più volte di allungarla ma temevo di sforare e allora l’ho lasciata così… forse un giorno scriverò un finale un po’ più degno, ma per il momento mi accontento.
    Questa storia si è classificata quarta al contest ‘[Mini Original 2] La Cornice e… l’Invisibile’ indetto da Eylis

    Stava scappando, il cuore in gola e la paura che le attanagliava lo stomaco. Ogni tanto si voltava per controllare il suo inseguitore, rischiando di continuo di perdere l’equilibrio e cadere. L’aveva visto avvicinarsi alle sue spalle, una figura di ombra, e non era rimasta a vedere chi fosse; aveva afferrato una cornice, l’unica cosa che per lei era importante, ed era corsa via.
    In quel momento la stringeva forte per non farsela scivolare dalle mani sudate cercando di correre sempre più forte. Il respiro si fece corto, i muscoli iniziarono a dolerle, con l’ultima briciola di volontà si infilò in uno stretto passaggio tra due edifici sperando di non essere vista da occhio alcuno e si accasciò contro un muro per riprendere fiato.
    Quando riuscì finalmente a pensare più concretamente tornò a guardare la cornice. Era vuota, o almeno così sembrava a un occhio poco attento; in realtà nella parte centrale che spesso rifletteva lievemente il proprio volto aveva visto un uomo, qualcuno che lei sapeva non esistere in questa dimensione. In quel momento tornò a cercare il suo volto nella cornice senza però scorgere nessuno.
    Uno scricchiolio la mise in allarme di nuovo, facendola scattare in avanti, ma il fiato ancora corto le impediva di riprendere la sua corsa. Quando si assicurò che il rumore che aveva sentito era solo un caso, si rilassò nuovamente restando però sempre all’erta.
    «Va tutto bene.» le sussurrò una voce all’orecchio e in quel momento l’uomo era ricomparso al centro della cornice, al posto dello spazio grigio scuro traslucido che c’era di solito.
    «Cos’è successo? Chi… chi era quello?» la voce della ragazza era rotta dalla paura.
    «E’ colpa mia, non avrei dovuto rivolgerti la parola, avrei dovuto far finta di niente.»
    «Cosa vuol dire che è colpa tua?» chiese ancora lei al limite della disperazione.
    «Noi esseri Pheodai non abbiamo il permesso di parlare con gli umani, nel caso dovessimo disubbidire a questa legge la pena è la morte della persona a cui ci siamo rivelati.»
    A quelle parole se possibile lei fu ancora più spaventata.
    Perché lo hai fatto, allora? avrebbe voluto dirgli, ma le parole le morirono in gola. La risposta però venne lo stesso.
    «Devi scusarmi, ma non potevo non parlare con te. Non posso più ignorarti dopo averti vista curare quei cuccioli, non posso più fare a meno di te.»
    La ragazza però non si accorse di cosa lui avesse detto. Aveva preso a guardare convulsamente a destra e sinistra.
    «Marica?» l’uomo cercò di attirare di nuovo l’attenzione di lei.
    «Credi che adesso possa andare?» Ma dove andrò, a casa non posso tornare. pensò poi.
    «Marica, guardami.»
    La ragazza smise di scuotere la testa per concentrarsi sulla cornice.
    «Io ti amo.» disse lui.

    Non aveva da fare quel pomeriggio, così aveva deciso di dedicare una giornata allo shopping. Girava per i negozi con aria sognante meravigliandosi su ogni singola cosa.
    Era da poco che si era trasferita in quella grande città, lei giovane ragazza di campagna, e ogni cosa era una novità. Era già entrata in un negozio di cosmesi facendo fare gli straordinari alle commesse per poi acquistare solo qualche crema per il viso e il corpo, in una bigiotteria dove era uscita con un paio di collane e una cintura, e in un negozio di abbigliamento dove gli straordinari li aveva fatti fare al suo portafogli; teneva tutte le borsette di carta infilate sulle braccia e sembrava una bambina alle prese col suo lecca-lecca preferito.
    Fu improvvisamente attratta dalla vetrina di un negozio di articoli da regalo e bomboniere, una cornice argentata così bella come mai ne aveva viste. Era stato amore a prima vista e titubante entrò, facendo attenzione a non urtare nessuno dei tanti oggetti di cristallo esposti sulle svariate mensole.
    – Vorrei vedere quella cornice in vetrina. – disse alla commessa e attese vicino al bancone che quella tornasse.
    – Le serve per un regalo? – chiese la donna.
    – No, volevo prenderla per me. Mi sono trasferita da poco e nella mia casa ci starebbe bene un tocco d’argento.
    – Se non ha una foto da metterci compreso nel prezzo c’è questo specchio. – poi prese la scatola della cornice e la ripose con cura.
    Marica pagò il suo ultimo acquisto della giornata e si stupì di aver speso così poco per tanta bellezza.

    Che lui l’avesse osservata fin dal loro primo incontro? In fondo era stato proprio grazie a quella cornice se era riuscita a vedere il suo volto riflesso. Che fosse stato proprio lui a spingerla a comprarla, a farla innamorare di quell’oggetto altrimenti senza valore? I suoi pensieri erano confusi.
    «Dimmi qualcosa.» la voce dell’uomo, come sempre calma e calda, chiedeva solo di essere ascoltata. Ma Marica non ci riusciva più.
    «Sei stato tu?» chiese.
    «Cosa?»
    «Sei stato tu a spingermi a comprare questa cornice?»
    «No, sei stata tu. I sentimenti che provate verso determinati oggetti tanto da sentirli parte della vostra famiglia sono cose che noi non abbiamo.»
    Marica ascoltò le sue parole in silenzio. Ma il pericolo non era ancora passato e decise che era ora di uscire di lì, avrebbero concluso dopo la discussione.
    Fece capolino dall’altro lato del vicolo rispetto a dove era entrata e controllò bene ogni direzione. Poi prese a camminare verso casa sua, anche se non aveva intenzione di tornare lì. Semplicemente credeva che se il suo inseguitore la stesse ancora cercando, tornare sui propri passi era una strada sicura per non incontrarlo ancora.
    «Cosa dovrei fare, ora?» chiese all’aria, sapendo che lui la stava ancora ascoltando.
    «Devo parlare col Gran Consiglio. Forse posso risolvere senza che tu ci finisca di mezzo.» la risposta arrivò chiara all’orecchio di lei con lo stesso tono che aveva imparato a riconoscere; ma stavolta c’era una strana nota nella sua voce.
    «Cosa c’è?»
    «N-niente. E’ solo che potrei non tornare.»
    «Cioè? Come hai intenzione di risolvere tutto questo?»
    Ma lui non rispose.
    «Alistir, cos’è che non vuoi dirmi?»
    Ancora silenzio.
    «Alistir?»
    «Offrirò la mia vita in cambio della tua.» disse infine.
    «Cos… NO!»
    «Noi non abbiamo anima, quindi probabilmente smetterò semplicemente di esistere… credo.» continuò lui come se non l’avesse sentita.
    «Non puoi, no!»

    Le piaceva giocare col riflesso della cornice, la inclinava in tutte le direzioni e osservava il raggio di luce proiettato sulle pareti. A un tratto le parve di scorgere un volto riflesso, ma quando tornò a guardare in quella direzione non vide nulla. Continuò a far volteggiare lo specchio, finché non lo vide di nuovo.
    Fermò lo specchio appena in tempo; il suo volto era lì, ma la stanza era vuota. Per sicurezza si guardo in giro: era sola.
    – Chi sei? – chiese alla stanza, ma nessuno rispose. L’uomo però non se n’era andato e dall’angolazione in cui lo vedeva sembrava proprio che stesse guardando lei. Il suo sguardo era fisso e allo stesso tempo dolce, la sua carnagione grigiastra e la bocca leggermente aperta in segno di stupore.
    – Chi… cosa sei? – ripeté lei. Stavolta una voce giunse chiara e forte alle sue orecchie:
    – Mi chiamo Alistir. Sono un Pheodai, un essere invisibile. Perché riesci a vedermi?
    – Ti vedo solo riflesso nella cornice… e sento la tua voce direttamente nelle orecchie. Come mai?
    – Io non esisto. – furono le ultime parole che sentì, prima che il suo volto uscì dalla cornice. Marica tornò a cercarlo inclinando di nuovo la cornice, ma non lo vide più.

    «Non provare ad andartene ancora, non lasciarmi qui.» disse ancora lei all’aria.
    «Non lo farò.»
    «Sono io l’oggetto in causa, portami con te.»
    «Non posso… e non voglio.»
    «Non accetterò un no come risposta: portami con te.» insisté.
    «Ho già trasgredito mostrandomi a te e parlandoti, non posso portarti di fronte al Gran Consiglio.»
    «No, non puoi lasciarmi qui e proporti tu di sacrificarti al mio posto» disse ancora lei «se mai qualcuno dovrà smettere di vivere quelli saremo entrambi. La mia anima sarà abbastanza per farci vivere tutti e due in eterno… da qualche parte.»
    Marica aveva continuato a camminare e arrivata al bivio in cui avrebbe dovuto svoltare per dirigersi verso casa aveva tirato dritto: si stava dirigendo verso l’uscita dalla città.
    «Ti prego, non chiedermelo.» continuò Alistir.
    «Fallo, ORA!»
    Una nebbia grigia l’avvolse e quando l’attimo dopo si disperse, Marica era svanita nel nulla.

    – Alistir! Alistir, dove sei? – lo stava chiamando come era accaduto spesso negli ultimi tempi, ma quella volta lui non le rispose.
    – Alistir! Alistir c’è qualcosa che non va? – provò ancora. Poi lo vide.
    Le ombre presenti nella sua stanza si staccavano dagli oggetti che le producevano, si avvicinavano le une alle altre, si condensavano per prendere forma umana. Marica si spaventò a quella vista, ma ancora di più fu spaventata dal ticchettio che quella danza delle ombre stava producendo, come se nuove gocce cadevano in un pozzo senza fondo.
    La creatura si contorceva, si allungava e diventava sempre più scura; il ticchettio era diventato un suono ovattato di tamburi che a ogni istante aumentava di volume. Un urlo sovrumano mise fine a tutti i rumori e anche i movimenti parvero fermarsi.
    Ma lei non era rimasta ad assistere al compimento di quella creazione: era scappata.

    La nebbia si era dissolta ma a Marica sembrava di trovarsi sempre nello stesso posto, finché non si accorse che ogni cosa era in bianco e nero. Sembrava essere entrati in un film d’altri tempi. E accanto a lei c’era Alistir.
    Per la prima volta i suoi occhi incontrarono quelli di lui; aveva alzato leggermente lo sguardo per poter vedere il suo viso che le sorrideva. Anche lei sorrise prima felice, poi imbarazzata, si sporse e lo cinse in un abbraccio.
    «Nascondersi proprio sotto il naso di chi ti vuole morta non è una buona idea, ma sono contento di averti qui.» le disse.
    «Ce la faremo… insieme.» poi si alzò sulle punte dei piedi per poggiare le proprie labbra su quelle di lui.
    Ripresero il loro cammino. Non era importante che seguissero una direzione precisa, la loro meta sarebbe comunque apparsa davanti a loro entro breve.
    E infatti eccola lì: un immenso palazzo di quello che sembrava cristallo si stagliava imponente davanti a loro, guglie e pinnacoli in quello che poteva sembrare un perfetto stile gotico. Erano ancora lontani, ma già la sua imponenza li sovrastava facendo sentire Marica piccola e insulsa. A ogni passo era sempre più intimorita, ma continuò ad andare avanti. Alistir la cinse in vita per infonderle coraggio.
    Finalmente giunsero davanti al portone. Era già aperto e i due non interruppero la loro marcia. Il salone principale che si trovava davanti a loro era anche il più grande. Vi entrarono trovandolo vuoto, a parte un ometto seduto alla sinistra rispetto alla sedia principale. Come li vide si alzò e scomparve dietro una porticina alle sue spalle.
    «Non temere, andrà tutto bene.» Alistir cercò di rassicurare Marica.
    Nel giro di qualche minuto da altre porticine entrarono i membri del Gran Consiglio e in breve la stanza fu al completo. Per ultimo entrò il Gran Maestro che era la massima autorità, preceduto dall’ometto che aveva accolto i due, e si sedette davanti a Marica e Alistir.
    «Cosa ci fa un’umana qui?» chiese.
    «Come fa a capire che sono umana?» bisbigliò lei ad Alistir.
    «E’ una lunga storia, te la racconterò se ne avrò l’occasione.» le rispose lui sempre sottovoce, poi si rivolse al Gran Consiglio. «E’ stato suo desiderio venire qui e difendere le proprie idee.»
    «Alistir» disse un’altra voce alla sua sinistra, una voce di donna «hai già trasgredito alle leggi rivelandoti a un’umana. Come osi portare costei al nostro cospetto?»
    «Sono disposto a offrire la mia vita in cambio della sua.» rispose prima che Marica potesse fermarlo.
    «Non possiamo permetterlo.» disse un uomo alla sua destra con un sospiro di sollievo della ragazza.
    «Ma alle condizioni attuali non possiamo nemmeno permettere di giustiziare l’umana. Da quando ha varcato la soglia del nostro mondo ha perso ciò che la rende umana, anche se questo vuol dire che non è nemmeno una di noi.» si intromise il Gran Maestro.
    «Signori» Marica fece un passo avanti alzando il tono della voce per farsi ascoltare «non è colpa di Alistir se mi ha rivolto parola e il vostro modo di punirlo non lo trovo giusto. Ma queste sono le vostre leggi e non le contesto. Il mio desiderio è di avere salva la vita, insieme a quella di Alistir, ma se ciò non sarà possibile mi rimetto al giudizio del Gran Consiglio.»
    Dopo queste parole un vociferare si alzò nell’aria. L’umiltà di lei aveva stupito tutti mettendo in discussione tutti i loro credi. Perché i Pheodai considerano gli uomini crudeli e meschini, ma questa ragazza era così diversa dai suoi simili.
    Dopo interminabili minuti in cui Marica attese il giudizio finale col cuore in gola e Alistir che l’abbracciava protettivo, il Gran Maestro si alzò facendo cenno a tutti di fare silenzio.
    «Umana Marica, non possiamo permetterti di tornare nel tuo mondo, ma non sarai giustiziata. Sarai messa sotto esame e potrai vivere tra noi se vorrai, ma dovrai seguire e rispettare le nostre leggi. Accetti queste condizioni?»
    «Accetto.» rispose. Poi si voltò verso Alistir al colmo della felicità per gettarsi tra le sue braccia.

    Anonymous ha risposto 10 anni, 5 mesi fa 0 Mago · 0 Risposte
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