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  • Tenendosi per mano

    Posted by Anonymous on Marzo 29, 2017 at 8:09 pm
    Tenendosi per mano

    “Si è addormentato?”
    “Credo di sì. Harry?”
    Nessuna risposta.
    “È crollato” osservò Hermione.
    “Lo capisco. Non è stata una giornata facile” rispose Ron.
    Hermione si guardò intorno. Era buio, ma la poca luce che filtrava dalle tende le permetteva di distinguere i contorni del loro nuovo alloggio, Grimmauld Place. In quel momento, benedisse la possibilità di avere un luogo sicuro in cui riposare: da quando i Mangiamorte erano piombati al matrimonio di Bill e Fleur, non l'aveva mai abbandonata una sensazione di sottile panico, accentuata dal dover vagare senza meta per le strade della Londra Babbana, che solo lei conosceva, a differenza di Ron e Harry. Si era sentita incredibilmente responsabile nello scegliere i luoghi giusti, nel condurre i suoi amici verso la salvezza. Ancora una volta, la situazione era dipesa da lei.
    Tutti si erano sempre aspettati molto da Hermione, e a volte lei si sentiva schiacciata da tutta questa aspettativa, come se non fosse stata in grado di soddisfarla pienamente. Tante volte si era sentita oppressa da un peso che le faceva venire un nodo di agitazione in gola: le persone davano quasi per scontato che lei facesse, dicesse, pensasse le cose giuste, sempre. Ma lei non provava una tale sicurezza verso se stessa per accontentare tutti… era stanca, stanca della sua fama di sapientona, di ragazza per bene e con la testa sulle spalle, di salvatrice di situazioni. Avrebbe voluto, semplicemente, potersi abbandonare per un attimo e vedere come fosse la vita senza sentirsi gravati da tutta quella responsabilità. Ma non poteva mollare proprio adesso, doveva tenere duro, per Harry, per Ron, per i suoi genitori, per tutte le persone che contavano su di loro. C'era una guerra in ballo, non si poteva più negare, quindi avrebbe dovuto sacrificarsi e tenere duro ancora una volta. L'ultima volta.
    In quel momento, si sentiva grata per avere un divano dove appoggiare le sue membra stanche, ma il suo cervello non poteva fare a meno di lavorare freneticamente: sentiva ancora la voce profonda di Kingsley che annunciava che Voldemort e i suoi avevano preso possesso del Ministero della Magia, e lei cominciava già a immaginarne le conseguenze.
    Prima di tutto, Harry: Voldemort avrebbe avuto armi in più per dargli la caccia, mascherando il tutto con la facciata impassibile e serena della legalità. Hermione rabbrividì. Quanti erano stati i tiranni nella storia che avevano utilizzato la politica e la legge, che nella loro natura sarebbero servite proprio a evitare le ingiustizie e le carneficine, per raggiungere fini personali che di giusto e legale non avevano nulla? Voldemort non lo sapeva, ma stava solo ripetendo uno schema attuato in precedenza da dittatori più capaci di lui. Uno schema che, sfortunatamente, aveva sempre funzionato. Hermione si accorse di avere le mani strette a pugno: se c'era una cosa che non sopportava e contro la quale si era sempre schierata, era l'ingiustizia. E tutto quello che stava accadendo era profondamente ingiusto: Voldemort che acquisiva seguaci, Voldemort che faceva incursione al Ministero e a Hogwarts, Voldemort che prometteva a tutti un futuro migliore, mentre invece non li aspettava che terrore.
    Hermione immaginava che, oltre a concentrarsi sulla cattura di Harry, Voldemort avrebbe impiegato le sue nuove forze per perseguitare i Nati Babbani, e il pensiero le fece venire una fitta dolorosa allo stomaco. Sapeva bene che cosa voleva dire sentirsi insultare e denigrare per il proprio Stato di Sangue, ma quello non era niente in confronto alle prevaricazioni che avrebbero dovuto subire adesso i Nati Babbani: la ragazza immaginava celle, dissennatori, torture, morte. Serrò gli occhi, mentre una lacrima solitaria le rigava il volto. Non doveva lasciarsi prendere dallo sconforto, doveva continuare a pensare.
    Pensò agli oppositori di Voldemort e in particolare all'Ordine della Fenice: vi apparteneva quasi tutta la famiglia di Ron. Il peso di quei pensieri cominciò a farsi insostenibile, la testa e lo stomaco le dolevano, mentre si sforzava di non piangere.
    “Ron?” chiamò piano. “Sei sveglio?”
    “Sì” rispose subito lui.
    “Ron, cosa succederà adesso?” sussurrò lei velocemente.
    “Non lo so, Hermione”. Il ragazzo sospirò e si passò una mano tra i capelli. “Stavo pensando a Ginny, Neville, Luna… quelli che torneranno a Hogwarts. Ora che non c'è più Silente, e il Ministero è stato occupato da Voldemort, come sarà la situazione lì? Scommetto che passeranno un inferno” concluse, e Hermione lo sentì muoversi, come a trovare una posizione un po' più comoda sul pavimento.
    “Staranno bene, vedrai. Ci sono alcuni insegnanti che non lasceranno mai che Hogwarts cada totalmente in mano a Voldemort” rispose, più che altro per rassicurare se stessa. Non voleva pensare a Hogwarts, ai loro amici, ai primini che avrebbero conosciuto la furia di Voldemort. Non voleva far indugiare i suoi pensieri ai ricordi della Sala Comune scarlatta e ad Harry e Ron che giocavano a scacchi magici; non voleva visualizzare la Sala Grande addobbata per Natale; non voleva pensare a quella che per sei anni era stata la sua casa, la sua famiglia, la sua vita.
    “Ron” sussurrò piano. “Non ti manca quando… quando era normale?”
    “Non so… probabilmente per noi non è mai stato normale. Da quando ci siamo legati ad Harry non abbiamo avuto un solo giorno ordinario a Hogwarts, e tu lo sai più di me. Pensa solo a quante cose abbiamo affrontato quando eravamo ancora al primo anno… insomma, la normalità non fa proprio per noi” rispose lui.
    “Sì, ma adesso è diverso! Voldemort avrà molti più seguaci! Il mondo magico vivrà nel caos!” strillò lei, angosciata.
    “Hermione, calmati, ti prego. Sto solo cercando di… di aiutarti. Vivevamo già nel caos, non trovi? Questa è solo la conferma ufficiale di qualcosa che era già in atto da molto” osservò Ron.
    Hermione dovette ammettere, a malincuore, che il ragazzo aveva ragione. Avrebbe voluto sentirlo più vicino, in quel momento: aveva la sensazione che solo Ron fosse in grado di farla sentire meglio. In effetti, non era un sentimento nuovo: già da un paio d'anni, si era resa conto che Ron aveva un'influenza enorme su di lei, nel bene e nel male. Era l'unico ragazzo per cui avesse mai pianto, e a volte riusciva a colpirla nel profondo e a farla sentire un vero straccio, con i suoi malumori, le sue rispostacce e la sensazione che le dava di non tenere affatto a lei, neanche un po'; d'altro canto, Ron tirava anche fuori la parte migliore di lei, i suoi sorrisi più veri, le sue espressioni più serene, le sue parole più dolci. Sì, Ron aveva potere su di lei, era impossibile negarlo: spesso, soprattutto quando erano ancora a Hogwarts, la giornata di Hermione ruotava intorno all'atteggiamento del ragazzo, ed era difficile stargli dietro sempre, in tutti i suoi sbalzi d'umore, in ogni lamentela… ma Hermione pensava che ne valesse la pena. Valeva la pena di stare sempre vicino a Ron, perché, anche se lui la faceva sentire male, poi la faceva sentire doppiamente bene. Hermione, semplicemente, non poteva fare a meno di innamorarsi di lui, ogni giorno, e avrebbe messo la propria vita nelle sue mani, si sarebbe fidata sempre di lui. Anzi, a volte, nei momenti di debolezza e di disperazione più nera, avrebbe davvero voluto che Ron prendesse in mano la situazione e riportasse la sua vita sui binari giusti. Hermione non sapeva se fosse giusto dare così tanta importanza a qualcuno – anzi, in fondo sapeva che non lo era affatto – ma non poteva, non poteva smettere di pensare che Ron fosse la sua salvezza. Lei si aspettava molto da lui, perché sapeva com'era fatto e sapeva che era in grado di dare moltissimo; il problema era che lui non si aspettava molto da se stesso, forse perché credeva di non valere abbastanza… stupido, stupido, Ron. Hermione gli avrebbe dato il mondo, sarebbe stata pronta a rimediare a ogni litigata, a risarcirgli ogni carezza mancata, se solo lui si fosse lasciato andare con lei.
    “Sei ancora sveglio?” sussurrò piano.
    “Sì… pensavo ad Harry. Dici che non gli farà male stare qui? Insomma, è stata la casa di Sirius, non vorrei che gli ricordasse troppe cose che ha perso” fece Ron, sussurrando, e Hermione rimase colpita ancora una volta da quanto il ragazzo fosse maturato nell'ultimo anno.
    “Staremo bene, vedrai” rispose. “L'importante adesso è avere un luogo sicuro come base”.
    Sentì Ron sospirare. “Hai ragione, come sempre. È solo che… non so, fino a qualche ora fa eravamo alla Tana, al matrimonio… e adesso siamo qui… ti fa pensare, no? A quanto non possiamo prevedere niente di quello che accadrà”.
    Hermione non sapeva cosa dire, preferì rimanere in silenzio. Ron continuò: “Però tu, in qualche modo, lo sapevi. Ecco, volevo dirti che… sei stata eccezionale. Preparare tutte quelle cose nella tua borsetta…avevi previsto una fuga improvvisa, nessun altro ci aveva pensato… non so come faremmo senza di te”.
    Hermione non ce la faceva più: si alzò dai cuscini dove era appoggiata e guardò verso il basso, verso Ron, per incrociare il suo sguardo, e trovò due occhi stanchi colmi di qualcosa che non avrebbe saputo definire. Ammirazione? Affetto? …Amore?
    “Grazie” sussurrò, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime represse troppo a lungo.
    Amore. Che parola impegnativa, “amore”. Impegnativa, eppure allo stesso tempo così liberatoria. Hermione non sapeva quanto avesse costretto se stessa a credere che il sentimento che provava per Ron non fosse amore… ed era stata una sciocca, perché, adesso che lo riconosceva, ogni due secondi le veniva voglia di urlargli che lo amava; aveva perfino paura che le scappasse per caso. E invece no. Doveva aspettare. Doveva trattenersi e amare il rosso in silenzio finché le cose non si fossero sistemate, perché c'era un equilibrio da mantenere, un viaggio e poi una guerra da affrontare, persone da proteggere. C'era Harry che si sarebbe sentito terribilmente solo se tra lei e Ron fosse successo qualcosa, e lei voleva così bene a Harry, era il suo migliore amico, l'unico che ci fosse sempre stato…
    “Hermione, stai piangendo?”. Ron la stava fissando, preoccupato.
    “No, tranquillo, non è niente” rispose lei, cercando di mettersi le mani davanti al viso per coprirlo.
    “A me non sembra niente” ribattè lui, alzandosi. Hermione si mise seduta e gli fece posto accanto a lei.
    “Allora che succede? Vuoi dirmelo?” le chiese lui dopo un po'.
    “Sono solo stanca, davvero” pigolò Hermione.
    “Non ci credo. Dai, sputa il rospo” fece Ron, cercando di avvicinarsi goffamente a lei.
    Hermione lo fissò negli occhi, che in quel momento rilucevano, azzurri e splendidi, resi ancora più limpidi dalle occhiaie scure.
    Pensò che non avrebbe dovuto mettere sulle spalle di Ron, che già aveva le sue preoccupazioni, anche le proprie.
    Pensò che Harry avrebbe potuto svegliarsi da un momento all'altro.
    Pensò che, anche se ne aveva una dannata voglia, non era da lei buttarsi tra le braccia di un ragazzo e piangere sulla sua spalla.
    Pensò che Ron avrebbe potuto fraintendere.
    Pensò che era talmente fragile e stanca che, se si fosse avvicinata ancora un po' di più, avrebbe potuto perfino soccombere a tutti i suoi sentimenti e fare l'amore con Ron, lì, nel sudicio salone di Grimmauld Place, al freddo, con Harry che dormiva al loro fianco.
    Pensò che si sentiva sola e disperata. Pensò ai suoi genitori, lontani migliaia di chilometri, ignari della sua esistenza. Pensò che forse quello sarebbe stato l'ultimo momento di tranquillità prima di qualcosa che lei non sarebbe riuscita a sopportare.
    Poi Ron si avvicinò ancora di più e la abbracciò forte: e Hermione non pensò più a niente.
    Cominciò ad ansimare, a singhiozzare: si trattenne dall'urlare solamente perché una piccola parte di lei era ancora cosciente di dove si trovava e che Harry stava dormendo. Si aggrappava al colletto del pigiama di Ron, mentre cercava di stringerlo il più possibile a sé, per sentire il suo calore, per avvertire il suo respiro. Ron la cinse con un braccio, e nel frattempo con l'altra mano le accarezzava i capelli disordinati e crespi, lentamente, dolcemente.
    “Lo so che sei spaventata. Andrà tutto bene, vedrai” le soffiò sui capelli, prima di darle un bacio sulla testa.
    “M-ma siamo solo tre ragazzi! E d-dobbiamo sconfiggere il Mago Oscuro più temuto dei nostri tempi! Da soli!” squittì lei, con una vocina stridula e rotta. “Come faremo, Ron, come faremo?”.
    “Siamo insieme, e stiamo bene” rispose Ron, alzando leggermente le spalle. “Per ora questo mi basta”.
    “Ma non pensi alle conseguenze degli avvenimenti di stasera? Non pensi a quanto sarà difficile restare in clandestinità? Siamo una compagnia formata dal Prescelto, una Nata Babbana e un traditore del suo sangue… ci troveranno subito!” strillò Hermione, angosciata. “Insomma, tu non hai paura?”
    “Non ho paura… sono terrorizzato” sospirò Ron. “Ma non sai quanto vale per me in questo momento sapere che tutte le persone che amo stanno bene, dopo l'incursione dei Mangiamorte al matrimonio”.
    “Ti pesa, non poterli vedere?” chiese Hermione, cercando di incontrare di nuovo il suo sguardo.
    “Ma certo. Però le due persone che amo di più sono proprio qui, con me” fece lui piano, arrossendo sulle orecchie e guardando il pavimento. “Quindi… va bene così”.
    Hermione sentì, ancora una volta, che la cosa giusta da fare era rimanere in silenzio. Quindi si limitò a stringersi di più a Ron, cercando di regolarizzare i suoi respiri e il suo cuore impazzito. Si chiese se la sensazione di morire d'infarto ogni volta che stavano vicini, che la accompagnava da tre o quattro anni, l'avrebbe mai abbandonata, così come la tentazione di abbracciarlo in continuazione, così come il desiderio di baciarlo, di toccare quelle sue labbra dolci e piene con le proprie. Arrossì istantaneamente a quei pensieri e nascose la testa nell'incavo della spalla di Ron.
    “Sai, sono quasi morto di paura, prima, al matrimonio, quando non ti trovavo. Ho pensato che ti avrei persa per sempre” sussurrò Ron, continuando ad accarezzarle distrattamente i capelli.
    “Non me ne sarei mai andata senza di te” replicò lei, decisa. Si staccò da Ron per poterlo guardare negli occhi: “Tu non mi perderai mai. Non mi hai persa in sette anni… neppure quando ti sei messo con Lavanda! Quindi, no, non penso che tu possa fare qualcosa di ancora peggio” ridacchiò.
    Ron fece un sorrisino nervoso. “Mi sono messo con lei solamente per dare fastidio a te, lo sai? Ero solo troppo… troppo stupido, e borioso. Non mi rendevo conto di quello che avevo, ero accecato dalla gelosia verso Krum, ero arrabbiato con Ginny, con Harry, con te… e ho fatto un casino. Mi dispiace. Tanto”. concluse, arrossendo e distogliendo ancora una volta lo sguardo da lei.
    “È tutto a posto. L'importante… l'importante è che adesso hai capito, no?” fece timidamente Hermione, cercando insistentemente i suoi occhi.
    “Non farò lo stesso sbaglio un'altra volta. Non ti lascerò più andare così, come se tu non valessi. Perché invece sei importante, e non ti ho mai dimostrato quanto”. Ron era perso nelle sue riflessioni, con gli occhi incollati al pavimento e il pugno serrato.
    Hermione, d'impulso, gli prese la mano. Quando le loro dita si sfiorarono delicatamente, la ragazza rabbrividì a quel contatto così intimo, pelle contro pelle, e strinse quella mano calda e forte, aggrappandosi a quel tocco come se, da solo, potesse tenerla in vita. Ron cominciò ad accarezzarla con il pollice. “Non ci perderemo. Promettimelo” disse. “Te lo prometto” rispose lei. Finalmente, finalmente, Ron si voltò a guardarla, e nei suoi occhi Hermione lesse, questa volta ne era certa, amore. Il ragazzo aprì la bocca come per dire qualcosa, ma poi la richiuse, scuotendo leggermente la testa.
    “Meglio che… meglio che torni per terra” affermò.
    “Va bene” rispose Hermione, e lo guardò alzarsi per poi infilarsi nel sacco a pelo, sotto di lei. Le mancava già. Cercò la sua mano e la trovò subito, e in quel momento si sentì serena perché, per quanto dure potessero essere le condizioni, sapeva che Ron sarebbe sempre stato al suo fianco, che l'avrebbe sempre trovato, a dispetto di tutto. Sapeva che loro erano nati per stare insieme e non per perdersi. Sapeva che non si sarebbero persi mai.

    “La mattina dopo Harry si svegliò in un sacco a pelo sul pavimento del salotto. Una striscia di cielo era visibile tra le tende pesanti; aveva il colore azzurro fresco e limpido d'inchiostro annacquato, era tra la notte e l'alba e tutto taceva, tranne i respiri profondi e tranquilli di Ron e Hermione. Harry guardò le sagome scure che si disegnavano sul pavimento accanto a lui. Ron, in uno slancio di galanteria, aveva insistito perché Hermione dormisse sui cuscini tolti dal divano, quindi lei era più in alto. Il braccio le ricadeva sul pavimento, le dita a pochi centimetri da quelle di Ron. Forse si erano addormentati tenendosi per mano.” -HP e i Doni della Morte, capitolo 10, pagina 167

    Note dell'autrice:
    Ciao a tutti! Ben trovati :3
    Alla fine la scrittura di questa storia è venuta da sé. Ancora una volta, mi sono calata in Hermione cercando di dar voce al meglio ai suoi pensieri e ai suoi sentimenti più profondi… spero di esserci riuscita e che la storia vi piaccia, visto quanto è importante per me.
    Grazie se recensirete o esprimerete il vostro apprezzamento in qualsiasi modo, questo mondo di scrittura è una delle cose belle della mia vita ed è bello sentirsi apprezzati, almeno qui.
    Vi abbraccio forte e vi invito calorosamente a farmi sapere che ne pensate di questo missing moment che significa così tanto per me… io sono contenta di averlo scritto e di avervi donato un pezzettino di me in queste note.
    Ah, ultimissima cosa: grazie a Vittoria. Per tutto. Lei sa.
    A presto,
    Vostra
    Herm

    Anonymous ha risposto 7 anni, 3 mesi fa 0 Mago · 0 Risposte
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