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Harry Potter e i Doni della Morte: opinioni a confronto

A pochi giorni dall'uscita dell'ultimo volume, Harry Potter e i Doni della Morte, riportiamo due opinioni importanti nel panorama italiano: Paolo Gulisano ed Edoardo Rialti.

Non il potere del successo, ma l’umiltà del dono di sé

di Paolo Gulisano

La saga di Harry Potter è giunta alla sua conclusione:  anche in Italia è stato pubblicata la traduzione di quello che è stato annunciato come l’ultimo della serie di sette volumi che narrano le avventure ma anche la crescita evolutiva (dagli 11 ai 18 anni) del personaggio principale Harry, durante il periodo scolastico nella Scuola di magia e stregoneria di Hogwarts, dove ogni volume narra un anno scolastico. Questa saga di genere fantasy, destinato a bambini e adolescenti, ad una generazione che legge poco più che gli Sms, ha ottenuto un successo straordinario e ha coinvolto anche milioni di lettori adulti. 

“C’è più verità e più saggezza nel mondo delle fiabe che nel mondo del preteso razionalismo”, scriveva Gilbert Keith Chesterton, il grande connazionale dell’autrice inglese di Potter Joanne Kathleen Rowling, e nella fiaba del giovane mago di Hogwarts di saggezza non ne manca. Dietro le avventure mirabolanti dei vari personaggi si può intravedere una visione antropologica dell’autrice, che descrive il contesto del mondo attuale postmoderno portando il lettore da una visione di uomo individualista verso una visione di uomo guidato da valori morali, quali la scelta del bene, il dono, il sacrificio, l’amicizia, l’amore. L’autrice scrive un testo per bambini, cercando di comunicare al piccolo lettore le verità di bene in cui lei crede, senza però usare discorsi moralistici, ma cercando di portare il lettore a comprendere che “compiere il bene” è la cosa più giusta da fare. È così messo in risalto come il successo ottenuto senza fatica, la ricchezza, una vita eterna su questa terra, non sono niente, sono solo illusioni e come ciò che veramente conta sono l’impegno, l’amicizia, l’amore. 

La storia è ambientata nell’Inghilterra contemporanea, e l’eroe della storia è un ragazzino orfano dall’età di un anno di entrambi i genitori, uccisi dal malvagio Voldemort, un potente mago la cui ambizione superomistica è quella di dominare il mondo, ma che trova proprio nella famiglia Potter il decisivo ostacolo ai suoi progetti, in particolare nell’amore della madre per Harry, che aveva donato la sua vita per lui. 

L’autrice pone in risalto nella sua saga il fatto che l’uomo postmoderno, che cerca sicurezza nelle cose materiali, che usa gli altri come oggetti a propria disposizione, che ostenta superiorità cercando di affermare se stesso, perché in fin dei conti ha paura di tutto ciò che esula dal suo piccolo orticello. Ha paura, perché il mito della ragione dei secoli precedenti lo ha deluso:  dalle grandi ideologie precedenti ne sono usciti i campi di concentramento nazisti e i gulag russi, per arrivare a un tempo in cui basta che un presidente di uno stato potente prema un bottone per portare a una guerra mondiale nucleare e alla fine della vita sul pianeta Terra. È l’uomo che ha perso Dio e quindi non conosce più nemmeno stesso. Crede di possedersi e invece è posseduto dalle stesse cose che possiede. È l’uomo che non sa più sperare, perché non ha più un cielo cui guardare. È l’uomo che non sa più di essere creatura di un Creatore, perché Lo ha rinnegato. È l’uomo che fa dell’indifferenza il suo metro di misura, cioè non si misura, non si pone domande sulla sua origine, sul suo futuro, vive l’oggi costruendosi bisogni nuovi, perché il consumismo lo ha ridotto ad essere considerato solo consumatore di beni. 

Voldemort è il simbolo dell’uomo che si pone al centro dell’universo e da creatura di Dio cerca di farsi egli stesso creatore di sé, illudendosi che tutto gli è possibile, almeno in potenza. Voldemort ha però un punto debole, che si manifesterà lungo la narrazione anche degli altri volumi:  ha una gran paura della morte, perché, dopo quest’ultima, vede solo il nulla. Anche questo è tipico dell’uomo che ha perso un orizzonte che lo trascende. 
Da qui scaturisce l’angosciosa ricerca del mito del piacere, di una lunga vita su questa terra e il terrore della morte. Il desiderio di una vita immortale, cui anela Voldemort, è lo stesso di molti scienziati, ricercatori moderni:  pensiamo ad esempio alle promesse utopiche di risoluzione di problemi da parte della biologia, delle biotecnologie, della scienza dei computer, della robotica. 

La Rowling parte da questa tragica evidenza della post-modernità per discostarsene e cercare di illustrare la sua visione di uomo e di vita, usando uno stile particolarmente adatto e comprensibile per il pubblico di bambini cui il libro è rivolto. 

Harry, il protagonista principale del libro, dopo aver vissuto un’infanzia senza vere relazioni significative, sempre soggetto a soprusi, non è a conoscenza della sua vera identità e finché non succede qualcosa di particolare (l’arrivo della lettera che lo invita ad Hogwarts) che dà inizio ad un vero e proprio percorso di formazione. Fondamentale per lo sviluppo di Harry è l’opportunità di relazioni che la nuova vita gli presenta:  da quelle con le persone che lo amano, gli amici, il guardiacaccia Hagrid, il preside Silente, a quelle con le persone che lo disprezzano, il professor Piton, la famiglia Malfoy. Harry impara da questi rapporti a conoscersi, ad apprezzarsi, anche a lottare per difendere se stesso e gli altri. Scopre una parte di sé che non conosceva, un mondo di sentimenti che lo arricchiscono nel cammino e lo aiutano a crescere nella consapevolezza di chi egli è di fronte a se stesso e agli altri. 

In questo cammino di perfezionamento della sua natura, questi valori hanno un ruolo assolutamente più decisivo di quello della magia, che rappresenta l’elemento più appariscente delle storie (e che ha destato preoccupazioni in molti educatori), che svolge una funzione spettacolare e incantatrice agli occhi dei piccoli lettori, ma che non è tutto. Harry, entrando nel mondo dei maghi, scopre che la magia non è un giochetto da ragazzi, non basta avere una bacchetta magica per risolvere i problemi, ma c’è molto da studiare e faticare per imparare l’arte della magia. La stessa autrice lo mette bene in evidenza fin dal primo romanzo, Harry Potter e la pietra filosofale, dove Hagrid spiega a Harry che esiste un Ministero della Magia ed Harry domanda:  “Ma che cosa fa il ministero della Magia?” “Be’, il compito più importante è non far sapere ai Babbani che in giro per il paese ci sono ancora streghe e maghi”. “E perché?” “Perché? Ma dai, Harry, perché tutti allora vogliono risolvere i loro problemi con la magia” (pp. 65-66). Oppure più oltre, quando viene detto:  “Come Harry scoprì ben presto, la magia era tutt’altra cosa dall’agitare semplicemente la bacchetta magica pronunciando parole incomprensibili (pp. 127-130). 

Come scriveva il grande scrittore irlandese Clive Staples Lewis, autore delle Cronache di Narnia, esiste “una magia più grande” di quella di stregoni e negromanti. In un mondo come quello contemporaneo, dove sembra non esistere una verità oggettiva cui tendere ed aderire, ma solo verità soggettive che ognuno si crea, anche la Rowling presenta il suo concetto di verità. La verità è presentata come una cosa meravigliosa e terribile da trattare con cautela, come una cosa preziosa che non può essere manipolata a proprio piacimento, secondo i propri interessi. 

C’è un altro aspetto che l’autrice vuol comunicare:  non sono le grandi gesta eroiche quelle che contano, che valgono, ma che piccoli gesti fatti per altruismo anche dalle persone “meno dotate” sono molto più preziosi. L’accento è posto non sul potere del successo, ma sull’umiltà del dono di sé; a vincere è la debolezza, non la forza dei muscoli. Evidente è il richiamo ad un altro grande autore cristiano dell’Inghilterra del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, i cui eroi sono i piccoli, umili Hobbit, l’esatto contrario dei superbi supereroi, che hanno la pretesa di farsi totalmente da sé, e di dominare il mondo. E come in Tolkien, anche nella Rowling è presente con forza il tema della morte. Questo tema a prima vista sorprende in un libro per bambini, anche perché nel contesto odierno la morte viene spesso nascosta dai grandi ai bambini. In questa storia essa invece ha un posto ben definito e “centrale”. Si parla della realtà della morte, dell’immortalità, e si cerca di fare intuire che può esistere un al di là. 
Con l’espressione “centralità del tema morte” si intende che l’episodio portante e che fa da sfondo alla storia è il dono della propria vita da parte della madre per salvare il figlio Harry. Più volte quest’episodio è ripreso per rilevare la forza dell’amore di un tale gesto. Nel mito di Harry Potter dunque si può riscontrare una lettura intelligente dell’epoca che stiamo vivendo. Sottoforma di simboli, metafore, riferimenti diretti e indiretti, utilizzando anche la mitologia, ne esce una lettura sapienziale del tempo odierno. Non è il potere, non è il successo, non è la vita facile che porta alle gioie più vere e più profonde, ma lo sono l’amicizia, il dono di sé, il sacrificio, l’adesione a una verità non costruita a immagine dell’uomo stesso. 

L’uomo ha desideri grandi (vedi lo specchio delle brame), ma non può trasformarli in bisogni da soddisfare subito:  se cerca di farlo perde la sua stessa identità di uomo; egli è invece chiamato ad aderire ad un progetto che lo supera. Da chi viene questo progetto? La Rowling non lo esplicita chiaramente, ma lascia in sospeso una domanda, quella che nasce ogni qualvolta l’uomo cerca di capire il senso della sua esistenza.

***

Un’immagine sbagliata dell’eroe

di Edoardo Rialti

Nel successo dell’Harry Potter di Joanne Kathleen Rowling molti hanno voluto vedere un parallelo con le grandi opere fantastiche di John Ronald Reuel Tolkien e Clive Staples Lewis, gli autori cristiani delle fiabe più amate del Novecento, due uomini che con la limpida bellezza delle loro opere hanno fatto per un numero infinito di persone quello che tanti altri non hanno saputo o voluto fare:  li hanno esposti alla trascendenza, all’infinita bellezza della grande storia provvidenziale nella quale “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”. 

Tuttavia, sebbene la superficie presenti molti apparenti punti in comune, la sorgente immaginativa e la proposta educativa alla base dei romanzi di Rowling è molto diversa da quella di Tolkien e Lewis, e comunica una visione del mondo e dell’uomo piena di errori profondi e di pericolose suggestioni, tanto più seducenti perché inframmezzati a mezze-verità e ad una scrittura coinvolgente. Ma come ammoniva Lewis “i veleni, quando diventano dolci, non smettono per questo di uccidere”. La vera grande fantasia della sana tradizione occidentale è sempre stata una finestra spalancata sull’ordine profondo dell’universo creato e sul cammino dell’uomo. Tolkien nel suo fondamentale saggio Sulle fiabe, ricordava come il narratore di fiabe può allontanarsi dall’ordine fisico dell’universo creato, ma non dal suo ordine morale:  possiamo immaginare un universo illuminato da un sole verde, ma non dobbiamo cedere alla tentazione di presentare come positiva una realtà dove la struttura morale e spirituale siano invertite o confuse:  un mondo dove il male sia bene

Ed è esattamente questo che accade in Harry Potter. Nonostante i singoli valori positivi che possono essere riscontrati nella narrazione, alla base di questo racconto viene proposta come ideale positivo la stregoneria, la manipolazione violenta delle cose e delle persone grazie a delle conoscenze occulte, appannaggio di pochi eletti:  il fine, in fondo, giustifica i mezzi perché i sapienti, gli eletti, gli intellettuali sanno come controllare anche le potenze oscure, e volgerle al bene, no? La sinistra “civiltà delle macchine” da cui ci hanno messo in guardia Lewis, Bernanos, Giovanni Paolo II passa anche di qui. 

Questa è una grave e profonda menzogna, l’antica tentazione gnostica di far coincidere la salvezza e la verità con una conoscenza segreta:  ecco perché Harry Potter è pur ricco di valori cristiani, ma quegli stessi sono staccati dalla sorgente vera che li fa essere, il vero ordine delle cose. Protagonista delle fiabe è sempre stato un ragazzo normale coinvolto in una avventura straordinaria:  la magia è sempre stata o una rappresentazione visiva delle forze del male che insidiano il cammino, oppure, sul versante positivo, una immagine altrettanto visiva della Grazia:  i saggi maghi e le buone fate rappresentano la Provvidenza che non ci lascia soli nel cammino. Ma si tratta appunto di potenze che accompagnano o ostacolano l’uomo, e non di poteri che l’uomo stesso debba conquistare prometeicamente per dominare e vincere. Questi sono poteri che spettano solo a Dio e ai suoi messaggeri, come ci ammonisce la Sacra Scrittura. 

Tolkien stesso teneva a precisare questo quando scriveva che il mondo delle fiabe “si potrebbe forse tradurre nella maniera più appropriata con magia – ma si tratta di una magia e di una modalità e potere particolari, agli antipodi rispetto ai volgari trucchi del mago industrioso e scientifico” per poi aggiungere che “ho usato in precedenza magia, ma dovrei non averlo fatto:  magia dovrebbe essere riservata alle operazioni del mago (…) la magia produce, o pretende di produrre, un’alterazione nel mondo primario (…) non è un’arte, ma una tecnica; ciò che desidera è il potere in questo mondo, il dominio di cose e volontà”. 

Egli sempre nel saggio distingue tra “l’arte, o incanto”, il meraviglioso positivo che ci espone alla bellezza della creazione ed al grande dramma che in essa si svolge, dalle “perfide frodi dei maghi”. Harry Potter è proprio questo mago industrioso e scientifico. Da insegnante ho avuto modo di verificare bene la carica diseducativa di una simile proposta per i ragazzi. I protagonisti delle grandi fiabe invece non diventano mai maghi, e la seduzione della magia ha sempre conseguenze gravissime e altamente distruttive:  le storie di Tolkien e Lewis raccontano tutte il rifiuto della magia e del potere, non di un certo potere o di una certa magia, ma del potere e della magia pura e semplice. Non c’è eroe più antitetico a Harry Potter del giovane Frodo di Tolkien o dei fratellini Pevensie di Lewis. I loro cammini sono percorsi di fatica, offerta e spoliazione. 

È la scoperta straordinaria del cristianesimo autentico, per cui protagonista della storia non è l’uomo eccezionale, come nel paganesimo antico e nelle sue recrudescenze nelle ideologie odierne, ma l’uomo che dice di sì, così come è, alla iniziativa del mistero di Dio. È questo che esalta e valorizza oltre l’immaginabile l’esperienza umana di ciascuno di noi, laddove libri come Harry Potter mostrano un palese disprezzo per i “babbani”, gli uomini comuni che non hanno la magia:  non si insegna più che ci sono cose brutte e malvagie da rifiutare in sé, ma solo forze da assoggettare. Questo è un atteggiamento davvero “diabolico”, in quanto opposto a “simbolico”:  laddove un simbolo ci aiuta a cogliere i legami tra le cose, la divisione (dia-bàllo) operata da questi romanzi tra la cosa ed il suo significato oggettivo ci rendono preda di gravi menzogne. Ci viene detto che in fondo certe cose non sono male in sé, se usate a fin di bene:  la violenza diventa buona, se nelle mani giuste e nelle persone giuste, magari nelle giuste dosi. Harry Potter propone una immagine d’eroe sbagliata e diseducativa, una immagine areligiosa, che è persino peggiore di una proposta esplicitamente antireligiosa:  il Demonio nella Sacra Scrittura non dice mai “Non c’è Dio”, ma la ben più subdola seduzione di “Voi sarete come Dio”, che Lui ci sia o no non avrete più bisogno del suo amore, perché avrete il suo potere stesso. 

Harry Potter si richiama apparentemente alla medesima forma narrativa usata da Tolkien e Lewis, ma svuotandone il significato. Non a caso questi romanzi di Rowling non educano alla vera trascendenza, ma ad un vaga spiritualità new-age. Sono vere opere d’evasione, di fuga dalla realtà, perché fanno credere che si sarebbe felici “se”:  se si avessero certi poteri, se si avesse una certa tecnica ignota ad altri, invece che nello scoprirsi amati e stimati per quello che si è da Qualcuno più grande, buono e saggio di noi che si lega alla nostra vita e al nostro cammino. 
Ecco invece la “morbosa illusione” da cui Tolkien sempre ci aveva messo in guardia:  l’illusione di un potere che fa appello a quella brama d’occulto e formule magiche che Lewis acutamente definì una “lussuria spirituale”. E l’incremento notevole di interesse per la magia nera ed il satanismo da parte dei giovani lettori di Harry Potter dovrebbe far riflettere e preoccupare, come ci ha ricordato padre Gabriele Amorth. Risulta più che mai profondo il giudizio espresso dall’allora cardinal Ratzinger alle serie critiche della giornalista tedesca Gabriele Kuby su Harry Potter:  “È una buona cosa che lei chiarisca il caso di Harry Potter, perché contiene delle sottili seduzioni che agiscono in profondità e con grande effetto, e che corrompono i giovani cristiani nell’anima, ancor prima che questa sia completamente formata”.

Fonte: © L’Osservatore Romano – 14-15 gennaio 2008

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